Un paio di considerazioni sul futuro del giornalismo

  • Matteo grandi

ROMA Al netto dell'auto-referenzialità compiaciuta e saccente di tante penne nostrane e dello snobismo intellettualoide e bislacco di un piccolo esercito di giornalisti televisivi, cartacei e digitali che si atteggiano a star, che cosa resta dopo 5 intensi giorni di Festival del Giornalismo?

Dove va la professione, ammesso che abbia ancora senso di parlare di professione in un ambiente in cui l'infotainment della D'Urso è considerato giornalismo alla stregua di Report, l'inviata alle sfilate che commenta la pelliccia in puzzola di Prada è iscritta allo stesso albo dell'inviato di guerra e chi si sporca le mani con le inchieste gode di meno credito di chi pontifica opinioni (spesso discutibili) piazzato dietro un pc e protetto dal mantello di un'auto-proclamata autorevolezza?

Perché in fondo la sensazione è che, oggi più che mai, i giornalisti e i giornalismi si dividano, al di là di un sottobosco dalle mille sfaccettature, in due categorie: chi porta le notizie (pochissimi) e chi porta acqua al mulino del proprio ego, parlandosi addosso, sputando sentenze e rivolgendosi più che alla gente a una stretta cerchia di meta-colleghi i quali, convinti di vivere nell'empireo dell'intellighenzia, continuano a farsi leader di opinioni solo perché l'ignavia dei contemporanei glielo consente. 

Senza dimenticare che, in questo corto circuito logico e professionale, le notizie vere arrivano sempre più spesso da chi giornalista neppure lo è: dalle Iene agli operatori video che lavorano in zona di guerra. Per arrivare al paradosso maximo: i due eventi più seguiti del Festival di Perugia avevano per protagonisti due non giornalisti, ovvero Edward Snowden e Zerocalcare.

Timidi segnali di cambiamento: chi ha qualcosa da dire e contenuti da offrire crea più attenzione di chi (s)parla senza avere nulla da dire. Il tutto mentre il premio Pulitzer finisce a una testata locale, The Post-Courier di Charleston, per un'inchiesta sulla violenza domestica alla faccia dell'auto-referenzialità di tanti mammasantissima del giornalismo globale. Magari non tutto è (ancora) perduto.

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