Fecondazione eterologa In un anno pochi passi avanti

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FAMIGLIA. Il 9 aprile 2014 i giudici hanno deciso di abbattere il paletto contenuto nella legge 40/2004. È trascorso un anno da quando la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il divieto vigente in Italia di accedere alla fecondazione eterologa. Il 9 aprile 2014, infatti, i giudici hanno deciso di abbattere uno dei principali “paletti” contenuti nella legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita: quello di ricorrere a gameti esterni alla coppia per avere un figlio. 

L’esperto
Da allora, la situazione nel nostro Paese non sembra aver fatto grandi passi in avanti, con «i centri che lamentano la scarsità di donazione di gameti soprattutto femminili e le coppie che in molti casi sono ancora costrette ad andare all'estero per esaudire il desiderio di un bebè», evidenzia all'Adnkronos Salute uno dei legali delle coppie che si erano rivolte alla Consulta, Maria Paola Costantini. «La questione -ribadisce l'avvocato - è che mancano le donazioni di ovociti e manca anche chiarezza su quello che si può fare o non si può fare. La regolamentazione delle Regioni è frammentata. Il 27 marzo la Sicilia ha emanato un decreto per riconoscere un contributo economico anche per l'eterologa, ed è una delle poche. In Lazio, Campania, Calabria questo non è possibile. E ci sono Regioni in cui ancora non si è deciso niente ed è tutto bloccato, come il Piemonte. L'eterologa può essere fatta secondo la legge, ma in effetti è quasi impossibile. Le linee guida non sono ancora state aggiornate, non si sa se può essere dato un rimborso a chi dona i gameti e rimane l'incertezza se queste prestazioni saranno inserite nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) o meno, perché il procedimento allo stato attuale è bloccato. Chi paga questa situazione sono le coppie a basso reddito, che è proprio ciò che la Consulta aveva stigmatizzato». «Capisco che ci siano delle priorità all'interno del Ssn, che è in una situazione drammatica - aggiunge il legale - ma Governo e ministero della Salute dovrebbero intervenire immediatamente con nuove linee guida chiarificatrici». 

Il caso
Costantini al momento sta seguendo, ad esempio, «una coppia di Torino in cui la donna è in menopausa precoce: si sono rivolti a tre ospedali della città e si sono sentiti dire che ci sono lunghe liste d'attesa, ma alla richiesta di essere inseriti in queste liste e di avere una certificazione di tale inserimento, la risposta è stata che non era possibile. In un centro privato accreditato gli hanno chiesto 30 euro».  «In Toscana - prosegue - gli è stata prospettata un'attesa di tre anni. A questo punto andranno all'estero, facendo una richiesta di accesso a prestazioni sanitarie secondo la vecchia normativa: non è ancora applicabile la direttiva sull'assistenza transfrontaliera, perché la Pma non è ancora nei Lea».  
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