Se le laureate magistrali guadagnano meno degli uomini

  • Giampaolo Cerri

L'OPINIONE I sogni sulla parità di genere  muoiono all’alba di ogni Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. È accaduto anche ieri, a Milano, quando all’Università Bicocca è stata presentata la XVII indagine, che ha coinvolto 490 mila laureati di 65 atenei italiani. Scorrendo la lunga teoria di tabelle e dati, si finiva per imbattersi in un grafico, dedicato alla retribuzione dei laureati a cinque anni dal conseguimento del titolo. Un’immagine di quelle che fanno cadere le braccia perché la barra rossa, quella delle donne, era visibilmente più corta di quella blu, dei dottori maschi. E il numero, là vicino, diceva il resto: un laureato magistrale guadagna 1.597 euro netti mentre una sua collega femmina, 1.316. Che cosa giustifica un differenziale di 281 euro fra uomini e donne? Anche perché, altre statistiche lo dimostrano, le ragazze sono mediamente più preparate, più in regola con gli studi, migliori nei voti. Più performanti, diranno poi i responsabili delle risorse umane, che le assumeranno. E allora, perché continuiamo a volerle pagare di meno?

Perché l’ingegner Filippo si porta a casa 1.759 euro tutti i mesi e la sua collega Stefania, che oggi fa il suo stesso identico lavoro e che per cinque anni ha condiviso la stessa aula in facoltà, magari passandogli le risposte dei molti esami scritti, ne guadagna 1.569? Le basterà essere chiamata “ingegnera”, per digerire questa ingiustizia? Imprenditori e direttori del personale forniscono, da anni, la stessa spiegazione: sulle donne non si può contare fino in fondo, perché arriva il momento in cui decidono di fare figli e lasciano, talvolta anche per tempi lunghi, usando aspettative o part-time. E comunque il loro focus, da quel momento, non è più il lavoro. Un’argomentazione che si usava 30 anni fa e si ripete oggi, che si fanno meno figli e i tempi della maternità si fermano all’obbligo di legge, anche perché la crisi rende un lusso potersi dedicare a tempo pieno alla cura della prole. Il che spinge a un’amara considerazione: la parità di genere passerà pure per la lotta alle discriminazioni lessicale, come ricorda la presidente(ssa) della Camera, Laura Boldrini, ma certo un’occhiata anche alle buste paga non guasterebbe.

GIAMPAOLO CERRI
Giornalista

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