I cinesi comprano Pirelli C'è qualcosa che non va

  • Maurizio Guandalini

La politica industriale si fa in Cina? Gli shopping cinesi, l'ultimo della Pirelli, non mi rendono nervoso e nemmeno mi portano a sbandierare la nostalgica bandiera dell’italianità perduta. «Non abbiate paura», che vengano avanti i signori del Regno di Mezzo. È la globalizzazione, bellezza!

Ciò detto, non solo questo Governo ma da quattro o cinque governi ad oggi, siamo in attesa di sapere qual è la nostra politica industriale: green, chimica (persa da tempo), acciaio, meccanica, made in Italy? Quali sono i settori strategici, di peso, da difendere sui quali vale la pena mettere, semmai sarà possibile, la bandierina tricolore? Certo, i cinesi che prendono tanti nostri gioielli preoccupano sul lato occupazionale, perché i cinesi, a differenza degli arabi, hanno la capacità, a lungo termine, di trasferire le produzioni in Cina, senza problemi.

Ma siamo pratici. Pirelli aveva bisogno di capitali per fare investimenti, e reggere la concorrenza, che per aziende che lavorano sull'innovazione è ossigeno. Senza cincischiare Pirelli si è data da fare prima con i russi poi con i cinesi. Così è avvenuto per tanti altri nostri marchi storici: ricapitalizzare o morire. D'altronde con il piccolo è bello non si compete nel mondo. Non si va da nessuna parte. È stato un errore vivere di questa illusione.

E chiediamoci perché un popolo di strarisparmiatori come il nostro non trova i capitali per arrivare prima dei cinesi (o prima dei qatarini che si sono presi gli skyline di Milano): assicurazioni e  fondi pensioni italiani investono solo il 2,5 per cento a Piazza Affari. Per la verità, nella vicenda Pirelli, una azienda  italiana c'è: è la banca Unicredit che, insieme ad una banca americana, dà i soldi, a prestito, ai cinesi, per entrare in maggioranza in Pirelli. Ma è sbagliato sottolineare "l'italiana" Unicredit perché quella superbanca è uno degli istituti di credito più grandi al mondo: che c'entra quindi correre e agitarsi per mettere il tricolore sul pennone più alto?  Non ci siamo meravigliati quando Fca ha trasferito baracca e burattini un po' a Detroit, Londra e Amsterdam: ha ripreso la produzione e l'ex Fiat è ritornata ad assumere in Italia.

L'errore in economia, oggi, è guardare il passaporto e dire mio, tuo, tuo, mio. A meno che si vuole che lo Stato rimetta l'abito dell'industriale: ma c'è già la Cassa depositi e prestiti - cioè lo Stato, con i soldi nostri - e c'è anche un fondo, il fondo strategico italiano. Investimenti stranieri venite in Italia e reagiamo come il sindaco di Londra che, senza paure, si è detto fiero che la sua capitale sia diventata l'ottavo emirato del pianeta.

MAURIZIO GUANDALINI

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