L’università non è d’obbligo

  • Maurizio Guandalini

ROMA Dopo la Buona Scuola, la Buona Università. Il governo prepara un job act. Troppi prof precari. Ce ne scampi, però, dal fare altre assunzioni di massa. Ci vuole la rivoluzione. Partendo dall’hashtag: non è obbligatorio fare l’Università. Si fa perché dopo le superiori c’è il buio. Perché mamma e papà vogliono, per il figlio, il titolo di dottore. Si fa perché nella vita per avere successo, comunque, bisogna studiare.

Due i teoremi, conseguenti, caduti in disgrazia: 1) si fa l’Università perché si trova lavoro più facilmente; 2) perché si guadagna più soldi.

In archivio le sciocchezze della fabbrica delle illusioni, e del senso comune,  ragioniamo sul moloch: resettare l’Università. Ri-partire da zero. Privatizzare. Tutto. È un pachiderma utile a parcheggiare un po’ di gente infiorata di privilegi che a loro volta si sono riprodotti anche in provincia, nelle neonate sedi universitarie, doppioni solo di costi.

Capitolo docenti. Da sfoltire, e spogliarli di ogni tocco: è, in molti casi, un ceto autoreferenziale di esperti, e amici, molti dei quali hanno fallito senza produrre niente di interessante, le pubblicazioni sono spesso accozzaglia di bibliografie di testi di altri.

Il tandem è questo: il “barone universitario” fa i cavoli suoi, scrive sui giornali, gira per congressi, va dentro e fuori la tv come esperto e il ricercatore (per la miseria che prende deve avere le spalle coperte da una famiglia con i soldi) fa il servo della gleba, fa le lezioni del docente che non c’è, corregge i compiti, fa le ricerche (spesso costruite su internet,  alla bene e meglio, che il barone vende a qualche committente che s’accontenta dell’imprinting universitario).  

Il sapere oggi è orizzontale e non più piramidale: è  venuta meno la funzione oracolare dell’Università.

I docenti? Tutti a contratto. Il professore nelle università non può essere a vita e tanto meno entrare nel circolo infernale dei concorsi (il Ministro Giannini aveva promesso di sforbiciarli, ma nulla di fatto) dove spesso vincono amici, protetti, camerieri e famigliari. Occorre un’offerta, a estuario, dalle docenze al merito, che più liberale non si può.

Solo con la concorrenza il sapere acquisterà autorevolezza: ci si recherà in aula per apprendere quello che non c’è  da nessun’altra parte. Inoltre, premier Renzi, tolga il valore legale del titolo di studio (l’aveva promesso il Ministro Gelmini: poi Monti si è perso in una assurda consultazione on line). Conteranno di più il pezzo di carta e le Università: resteranno le migliori. E gli studenti bravi vi potranno accedere con borse di studio riservate ai redditi bassi.

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