Se l'italiano diventa la seconda lingua

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SCUOLA “I genitori chiedono l’inglese”, si sente ripetere nelle scuole. E finalmente la scuola si sta attrezzando per rispondere ad un’esigenza più che legittima. Dunque, vai con le maestre che imparano ad insegnare l’inglese. E vai col Clil o col Cambridge. Tutte iniziative rese quasi vane dalla scarsità dei fondi impegnati. Ma c’è un altro problema: mentre si pretende di insegnare l'inglese senza sufficienti risorse, si finge di non vedere che i ragazzi stanno disimparando l'italiano. Da qualche anno ci capita di ascoltare e leggere i nostri alunni che parlano e scrivono in italiano di letteratura, storia e filosofia, come se lo facessero nella loro seconda lingua. Le competenze ortografiche, sintattiche e lessicali sarebbero adeguate se l’italiano non fosse la loro lingua madre. Osservo i pochi che padroneggiano la lingua italiana con sicurezza e, come per l’acquisizione delle lingue straniere, la differenza la fa spesso il contesto familiare. È ancora il denaro speso per corsi e soggiorni all’estero che conta per imparare l’inglese. E la capacità di esprimersi in italiano è acquisita per lo più da quei ragazzi che crescono tra adulti abituati a parlare e leggere su argomenti alti. Naturalmente, non si tratta di una regola rigida. È però una costante sufficiente a richiedere attenzione e fondi da parte di quella scuola pubblica che ha come scopo di promuovere pari opportunità.
EVELINA PISCIONE

 

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