Per Andreas Lubitz omicidio involontario

  • Maurizio Baruffaldi

A nche nell’orrore distinguiamo il nostro lato cialtrone. Un giornale scrive più o meno: noi avremo il pulcinella Schettino, reo della superficialità tragica, voi tedeschi però avete Lubitz, psicopatico, come un nazista qualsiasi. Oltre il pudore si spinge il guru stellato: paragona il pilota pazzo al premier, raschiando il fondo del suo barile elettorale. Di fronte a queste manifestazioni mi sento come quando salgo un aereo, la stessa vibrazione d’impotenza, che è peggio della paura. Perché la coltiva. Come coltivava il gesto Andreas Lubitz. Ok, stava di merda, ma perché non si è ammazzato per i fatti suoi? Questa è la sola cosa che non si spiega, nelle funamboliche e obbligate analisi del fenomeno Lubitz. Correva maratone, sfidando se stesso, e sfinendosi, per tenersi a cuccia. Ma lo fanno in milioni. Taciturno, come tutti quelli che temono di non essere adeguati. Orgoglioso all’estremo, come solo chi deve difendersi a oltranza. E forse, parola d’obbligo, odiava gli esseri umani. E ne ha punito un gruppone a caso. Come fan quelli che ammazzano il primo a tiro sul marciapiede. Oppure, e mi convince di più, era l’opposto: ad Andreas non interessava nulla degli esseri umani. Quindi nemmeno di punirli, in quanto tali. Di omicidio involontario, si tratta. Andreas era un alieno. Ha vissuto come alieno. Quando si è chiuso dentro, stava scegliendo il suo suicidio. Epico, ai suoi occhi. Un lungo addio. Magari ha pure goduto, in quegli 8’. Ma ai 150 che portava nemmeno un pensiero. Erano abitanti di un altro pianeta. 

MAURIZIO BARUFFALDI

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