Vacanze a perdere per gli studenti

  • Giampaolo Cerri

L’idea del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, di ridurre le vacanze estive nelle scuole e di proporre agli studenti delle superiori un mese e mezzo di formazione professionale, ha provocato il finimondo. Impossibile, inattuabile, demagogico: contro il ministro Poletti s’è levata un’ondata di riprovazione e la proposta è stata bersagliata da dichiarazioni di misteriose sigle sindacali e tweet di commentatori onniscienti.

“Non-si-può-fare”, si è detto come un sol uomo. E giù scenari di scuole cadenti negli angoli più disagiati del Mezzogiorno, arroventate dalla calura di luglio, mentre seri think tank, come LaVoce.info, sono corsi a calcolare quanto costerebbe dotare gli istituti di impianti di condizionamento, ovviamente un patrimonio. Non è neppure mancato chi ha messo in guardia contro il segreto obiettivo del governo di drogare le pessime statistiche sull’occupazione o, peggio, di regalare agli industriali bassa manovalanza a gratis.

L’obiezione è sempre declinata al futuro e nessuno ricorda il presente, fatto di centinaia di migliaia di adolescenti abbandonati in tutt’Italia al far niente, lasciati a se stessi o ai muretti da genitori impossibilitati a pagar loro vacanze-studio e perfezionamenti linguistici. Da queste vacanze piene di niente a perdere, oggi, sono proprio loro, i ragazzi.

La riforma della scuola ha già aumento le ore di stage in azienda fra gli studenti delle superiori, allargandole anche al liceo, nella convinzione che, pur breve, un inserimento nel mondo aziendale serva quantomeno a farsi un’idea di come funzioni un lavoro, di cosa implichi il concetto di responsabilità e di quel che significhino, per esempio, puntualità e decoro.

Allungare quell’esperienza con 45 giorni di formazione in azienda o pubblica amministrazione può essere follia? Scandaloso solo il pensarlo? Lo scandalo è semmai quello di un’Italia così scleroticamente abbarbicata alle proprie inadeguatezze: ci siamo così attaccati alle cose che non vanno, dall’indignarci preventivamente alla sola idea di cambiarle. Ma questa si chiama “Sindrome di Stoccolma”.

GIAMPAOLO CERRI - Giornalista

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