Con Netanyahu vincono la paura e l'insicurezza

  • Giampiero Gramaglia

In Israele, vince la paura sulla fiducia, vince l’anelito alla sicurezza sulle aspirazioni economiche e sociali. Quello che, a sorpresa, rispetto alle previsioni della vigilia, conferma premier Netanyahu è un voto che esalta l’eccezionalità della democrazia israeliana, pur così occidentale nelle sue forme e nei suoi riti.

Appena conclusa la conta delle schede, l’offensiva terroristica in Tunisia, l’attacco al Parlamento sventato, la strage di turisti nel museo del Bardo, il blitz delle forze dell’ordine, tutto ciò consolida, se mai fosse possibile, il sentimento d’insicurezza degli israeliani. E, nel contempo, mostra i rischi della polarizzazione del confronto, della repressione del dissenso, anche nell’unico Paese vicino all’approdo alla democrazia fra quanti hanno vissuto le Primavere arabe.

Netanyahu vince e diventa premier per la quarta volta puntando tutto sulla paura e l’insicurezza, due sentimenti forti nel suo popolo. Netanyahu batte la coppia rivale Herzog/Livni dell’Unione sionista, che scommetteva sulla voglia di lavoro e di crescita di un paese normale: lui, al contrario, inasprisce i torni anti-palestinesi (mai la Palestina sarà uno Stato), mulina la minaccia d’un Iran con l’atomica, porta al punto più basso le relazioni con gli Usa. Il Likud ha almeno 29 seggi, è il primo partito, può fare una coalizione di destra relativamente omogenea con i partiti nazionalisti e confessionali e vuole pure inglobare nella maggioranza il partito Kulano di Moshe Kahlon. I partiti arabi, coalizzati per la prima volta, sono la terza forza con 13 seggi, ma restano fuori dai giochi.

Se c’è un posto dove la delusione per il risultato del voto in Israele è forte, quello è la Casa Bianca: Netanyahu va a fare campagna elettorale nel Congresso americano, sfruttando la sponda dell’opposizione repubblicana all’Amministrazione democratica; e potrà ora restituirà il favore, facendo pesare sulle elezioni presidenziali Usa 2016 la freddezza di Obama nei confronti di Israele e la disponibilità al dialogo verso gli arabi.

Il successo di Netanyahu significa che la pace in Medio Oriente, specie tra israeliani e palestinesi, resta lontana, anzi è più lontana; che le relazioni con gli Stati Uniti resteranno fredde; che quelle con l’Ue si manterranno corrette senza entusiasmi. L’eccezione di Israele è anche questo: sentirsi più sicuri deludendo gli amici e irritando i nemici.

GIAMPIERO GRAMAGLIA, direttore EurActiv.it

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