Se la scuola diventasse davvero un'azienda

  • La buona scuola

RIFORMA. Di certo avrete sentito paragonare la scuola ad una azienda. Un paragone forzato, utile solo a puntare sui poteri del nuovo dirigente scolastico. Ragioniamo: un'azienda fattura miliardi di euro e investe, i manager puntano sui ricavi e tagliano i rami morti, i settori o i prodotti non competitivi. Riconvertire solo se conveniente, al massimo si tiene il prodotto scadente a costo zero.

Se parliamo di Stato e di scuola, la spesa rimane di miliardi di euro, ma siamo in passivo e dobbiamo decidere su cosa investire. A seguire il paragone investiremo dove c’è profitto: i dirigenti scolastici spenderanno e assumeranno docenti lì dove ci sono risultati. I prodotti? Si chiamano alunni, sono i vostri figli. Se i vostri figli saranno un profitto allora si investirà su di loro. Ma se i vostri figli non saranno competitivi, per qualsiasi motivo ciò accada (alunni in difficoltà, provenienti da ceti sociali svantaggiati, disabili...) essi saranno prodotti da tagliare. Esisteranno a costo zero, esattamente il contrario di ciò di cui avrebbero bisogno.

Una scuola classista, non certo quella che può annullare gli svantaggi e le diseguaglianze. Non si parli di merito, perché nulla è più provato, già oggi, degli svantaggi legati al ceto sociale di provenienza nei risultati scolastici. Un dramma che la scuola azienda non è certo adatta a fronteggiare, a meno che non si vogliano futuri cittadini di serie a e di serie b.

SEBASTIANO CUFFARI

 

 

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