Valutazione scuole e prof Un'occasione persa

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Ci sono due modi per considerare la valutazione in educazione. Il primo è quello di brandirla come arma nel tentativo di separare i buoni dai cattivi o i meritevoli dagli asini. Il secondo è quello di impiegare il giudizio come strumento di regolazione e miglioramento dell’apprendimento. La prima modalità si esaurisce essenzialmente in un premio o in una punizione che con la disciplina da apprendere non hanno nulla a che fare, come l’orgoglio provato per un voto alto o la vergogna per un quattro. La seconda ha invece come posta in palio la possibilità di apprendere meglio e il giudizio, anche quando è severo, si fa carico di indicare cosa fare per migliorare. Una parte del nostro corpo docente predilige il primo modo di guardare alla valutazione (quello ancorato a premi e punizioni) e il risultato è che ad apprendere è soprattutto il soggetto già culturalmente attrezzato (“naturalmente portato”, viene talvolta definito) per una specifica disciplina: i record italiani quanto a dispersione scolastica, l’analfabetismo funzionale e l’iniquità sociale dei risultati della nostra popolazione studentesca si spiegano anche così.

Proporre un sistema di valutazione docenti rappresenta dunque una grande occasione per rimettere in discussione triti e deleteri luoghi comuni di natura docimologica. Il governo pare invece intenzionato a lasciar cadere questa opportunità. La posta in palio del sistema di valutazione docenti non sarà il loro miglioramento, ma un aumento in busta paga.

Secondo la bozza di decreto, una parte rilevante della progressione economica di chi insegna è legata alle valutazioni fornite da colleghi, popolazione studentesca e famiglie. A fronte di un 30% di scatti stipendiali legati all’anzianità, il restante 70% è infatti determinato dai crediti guadagnati, distinti in didattici (relativi alla qualità dell’insegnamento), formativi (attività di formazione e ricerca) e professionali (legati alla partecipazione attiva all’organizzazione e alle progettualità dell’istituto). Il decreto propone che il riconoscimento dei crediti didattici avvenga attraverso “la rilevazione delle attività di insegnamento e di analisi della documentazione prodotta dal docente, sentiti anche gli studenti e le famiglie”. Ed è un “Nucleo interno di valutazione” (formato dal dirigente, due docenti “mentori”, un docente di staff e un dirigente esterno) a valutare se i docenti possano ottenere ulteriori bonus in busta paga. Di norma a tutti i docenti sono destinati aumenti (che però sono differenziati in tre fasce a seconda dei crediti guadagnati) a meno che per due cicli consecutivi non manchino di soddisfare requisiti minimi relativi ai crediti: in quel caso oltre a non avere progressioni devono essere sottoposti a “specifiche procedure di verifica”.

 

Chi ha scritto la bozza di decreto deve avere limitatissime conoscenze in tema di valutazione educativa e solo vaghe reminiscenze della vita scolastica. Ignora che a decidere della validità di ogni valutazione è la coerenza tra le finalità e gli strumenti messi in campo. Questo significa che se somministro lo stesso strumento per raccogliere informazioni ottengo risultati diversi in base alle finalità della rilevazione. Per un docente, chiedere a studenti, famiglie e colleghi un giudizio sul proprio lavoro può essere un modo per ottenere indicazioni da differenti punti di vista utili per migliorarsi. Se però il giudizio non ha come posta in palio il miglioramento della didattica ma un premio economico, non è difficile immaginare che gli stessi colleghi e studenti possano rispondere secondo considerazioni che prescindono dalla qualità percepita del lavoro dell’insegnante. Chi ha scritto la bozza ignora che tutti i sistemi di valutazione di scuole e docenti basati su incentivi economici hanno evidenziato come contraccolpo effetti negativi sulla didattica (atteggiamenti strumentali), mentre non si è registrato alcun miglioramento negli apprendimenti. Per non parlare del fatto che l’instaurazione di un clima competitivo all’interno delle scuole, con alcuni docenti pagati per giudicare se e quanto altri siano meritevoli di aumento di stipendio, è l’esatto opposto di quella “cultura della valutazione” che vorrebbe il personale scolastico collaborare alla ricerca di soluzioni collegiali ai problemi posti dal contesto.

 

La valutazione del proprio lavoro rappresenta per scuole e docenti una grandissima occasione di miglioramento. Il problema è che, associandola indebitamente alle progressioni di carriera, la si depotenzia irrimediabilmente. Non si vede come il lavoro di chi insegna non possa che peggiorare, sotto la minaccia di studenti e famiglie che potranno rivalersi direttamente sul suo stipendio per un voto ritenuto ingiusto, per non parlare di quella costituita da un cerchio magico di colleghi valutatori stretto intorno al dirigente scolastico. Uno schiaffo, l’ennesimo, a ogni possibilità di uso intelligente della valutazione e dell’autovalutazione a scuola, chiamate impropriamente in causa non per sostenere l’insegnamento, ma come puntello a una meritocrazia incapace di definire a quale “merito” fare riferimento.

CRISTIANO CORSINI

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