Livia Firth: donne schiave per vestiti effimeri

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GRAN BRETAGNA «Come stai? Come stai?». Livia Firth mi saluta come se fossimo amici da tempo mentre mi accoglie nel suo ufficio - quasi un santuario - dalle pareti bianche a Chiswick, Londra. Imparo in fretta che la Firth, lungi dall'essere la donna una volta etichettata come "un'altra casalinga annoiata che vuole cimentarsi nel commercio della moda ecosolidale, finanziata dal celebre marito", è sincera e genuina rispetto al suo lavoro e alla vita familiare. «Non mi interessa, davvero non mi importa ciò che pensano i detrattori. E se ho bisogno di Colin per aprire qualche porta, uso Colin per farlo e me ne frego», ribadisce scrollandosi di dosso l'offesa gratuita. Né - da dichiarata femminista e attivista a favore dell'uguaglianza di genere impegnata in una chiacchierata con Metro giusto un paio di giorni prima della Festa della donna - le importa che ci si riferisca a lei come la moglie dell'attore Colin Firth. «Annie Lennox - racconta Livia - che promuove con meThe Circle (un gruppo che lavora con le donne dei paesi più poveri) una volta mi ha detto: “Oh mio Dio, Livia, mi sono resa conto di averti descritta come la moglie di Colin”. E io: “E quindi?”. Posso essere una femminista e anche la moglie di qualcuno, una cosa non esclude l'altra».

Sfilate sul tappeto verde

Firth è la fondatrice di Eco Age, una società di consulenza sull'ecosostenibilità, che attraverso piattaforme come Green Carpet Challenge incoraggia sia le case di moda che i consumatori ad avvicinarsi al settore dell'abbigliamento con un approccio ambientalista ed etico. La sfida dell'eco-moda offre a celebrità come Meryl Streep, Cameron Diaz e Carey Mulligan la possibilità di promuoverne i valori durante la stagione delle grandi premiazioni. Inoltre, il red carpet di quest'anno è diventato il punto di riferimento per un'altra causa: il femminismo. La campagna su twitter #AskHerMore, sostenuta da celebrità del calibro di Reese Witherspoon, si prefissa di persuadere i giornalisti a "porre domande migliori" alle attrici, piuttosto che la solita “Chi ha firmato il tuo abito da sera?”. Tuttavia, per Livia e Reese, «la Green Carpet challenge dà alla stagione delle premiazioni uno scopo e l'opportunità di raccontare storie importanti».

Un viaggio in Bangaldesh

La Firth non è un'ambasciatrice sedentaria. Nel 2009 ha viaggiato con l'associazione Oxfam verso il Bangladesh per indagare le condizioni di lavoro delle donne impiegate nell'industria dell'abbigliamento. «Se andate in Africa assisterete alla povertà, ma se andate in Bangladesh, vedrete donne rese schiave a causa nostra: sono trattenute in un circolo di povertà». È trascorso quasi un anno dal crollo della fabbrica del Rana Plaza, che ha ucciso 1.129 persone ferendone altre 2.515, molte delle quali donne. È stato un disastro che ha visto i rivenditori globali come H&M promettere cambiamenti, ma Livia ritiene che, oltre all'aumento di salario a 36 dollari al giorno, poco o nulla sia migliorato nell'ambiente di lavoro. «Sono riuscita a intrufolarmi in una fabbrica - spiega - e questo ha cambiato la mia vita per sempre: quello che ho visto sono le conseguenze che il potere di acquisto di noi donne occidentali ha sulle donne in Oriente e nei Paesi in via di sviluppo. Lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno, sette giorni alla settimana; la maggior parte delle fabbriche hanno sbarre alle finestre e sono prive di uscite di sicurezza, con guardie armate alle porte di modo che nessuno possa entrare o uscire».

Le tante morti non sono bastate

Purtroppo, la perdita di vite umane, a suo parere, non è stata sufficiente a cambiare questo modello economico, perché «i responsabili se ne fregano della questione etica». La Firth - il cui nome da nubile è Livia Giuggioli - si augura che cambino rotta, se non per ragioni etiche, per quelle economiche, a causa dell'esaurimento delle risorse (il capitale umano e il territorio) nell'arco di 10 o 15 anni. La 45enne era giunta ai ferri corti con H&M lo scorso anno durante il Copenhagen Fashion Summit, dove si era recata per sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti della situazione degli operai tessili sfruttati in nome del consumismo fast-fashion. Alla domanda se indossasse la marca, Livia ha risposto: «No, no. Oggi indosso capi della stilista eticamente responsabile Henrietta Ludgate, un paio di vecchi pantaloni di Joseph e stivali... non ci crederete, li ho comprati che avevo 25 anni».

Quante volte indossate lo stesso vestito?

Parole che devono scioccare i consumatori della Generazione Y il cui ultimo acquisto a buon mercato nei negozi di catena è effimero, e permane nelle loro coscienze - e nei loro armadi - quanto un messaggio su Snapchat. La designer nata a Roma definisce questa cultura dell'usa e getta come assurda, continuando in tono benevolmente esasperato: «Quando si va a comprare qualcosa bisogna chiedersi se si pensa di indossare qual capo almeno una trentina di volte; se sì, allora comprate lo, altrimenti rimarrete sorpresi di quante volte vi ritroverete a dire no». La proliferazione del consumismo si estende alle collezioni di alta moda, che si stanno muovendo verso un format dalle stagioni indistinte subito pronte alle razzie degli acquisti. Secondo la Firth: «I punti vendita dei grandi marchi del lusso si stanno trasformando in supermercati, costretti come sono a competere con la fast-fashion. Devono adeguarsi alle richieste di mercato di consumatori voraci che vogliono tutto e subito».

L'invasione del porno

È la mentalità della gratificazione immediata che persiste nell'era dei social media, fonte di preoccupazione enorme per la madre di Matteo, dieci anni, e Luca, 14. «Ho letto un articolo l'altro giorno che mi ha davvero spaventata, secondo il quale le ragazzine inglesi guardano più porno che possono per capire cosa piace fare ai ragazzi e cosa si aspettano», ha commentato Livia candidamente. Con la maggior parte dei giovani oggi attrezzati di smartphone con connessione a internet - pieno di contenuti sessualmente espliciti privi di controlli - i genitori hanno un potere molto limitato sulle immagini alle quali saranno esposti i figli. «Ovviamente quello che si vede nei porno odierni rispetto ai nostri tempi - osserva Livia - è disgustoso e le ragazze finiscono per credere sia davvero quello che i maschi si si aspettano». Naturalmente, i Firth, come i genitori di tutto il mondo, hanno dovuto propinare ai figli l'imbarazzante discorsetto “delle api e dei fiori”: «Da mamma italiana ho cercato di assicurarmi che i miei figli fossero gentili e cortesi con le ragazze». Ma è davvero un argomento così imbarazzante nell'ambito domestico? «Per me no. Per loro, sì. Li senti lamentarsi “Oh no, mamma!”. Ma io dico le cose così come sono».

RICHARD PECKETT, Metro World News

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