Se a scuola la storia diventasse facoltativa

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Ormai è chiaro, ad un’opinione pubblica attenta ed informata, quanto il piano “Buona scuola” sia stato nel metodo e nei contenuti frutto dell’improvvisazione di una classe dirigente poco consapevole dei problemi e dei fini della scuola. In attesa che tra slogan, modifiche ancora più rivoluzionarie del testo originario, profezie per il glorioso futuro delle italiche sorti, si chiariscano nero su bianco tutti i punti del Decreto di riforma della scuola italiana, proviamo a cimentarci in un esperimento mentale.

Come se non bastasse, è infatti giunto in corso d’opera, nel mese di gennaio, dalla Commissione cultura del Senato un atto di indirizzo rivolto al Governo con il quale si chiede «di introdurre la possibilità, soprattutto nelle classi terminali del secondo ciclo di istruzione, di un curriculum dello studente, formato da una parte obbligatoria per tutti e una parte opzionale, a scelta dello studente, oltre che da discipline facoltative di arricchimento». Una tale opzione consentirebbe, così si scrive, di adeguare il percorso di studi alle attitudini e agli interessi degli allievi, di garantire la reale autonomia scolastica in connessione con le esigenze del territorio e infine, non meno importante, di avvalersi dell’organico funzionale. In mancanza di quella trasparenza comunicativa che ci indurrebbe a non dubitare della buona fede del legislatore, e non sapendo ancora se l’esecutivo abbia accolto la proposta e se la stia discutendo, proviamo a immaginare cosa accadrebbe se essa fosse approvata.

Prendiamo una materia a caso, la storia. Per esigenze di spazio e di chiarezza prescindiamo dai singoli istituti e dai loro indirizzi, e ipotizziamo che essa diventi facoltativa. Quello che accadrebbe è molto semplice da capire. Dalla “Buona scuola” potrebbero uscire ragazzi che non conoscono i processi storici del Novecento, la società di massa, il fascismo, i totalitarismi, la Shoah, la Guerra fredda, la questione palestinese, le lotte per l’emancipazione delle donne, dei neri, dei popoli colonizzati, per citarne solo alcuni. Un danno alla loro formazione di cui lo Stato con la sua idea fanatica di autonomia si renderebbe corresponsabile, perché senza la conoscenza di quei processi  non si comprendono le dinamiche geopolitiche e storiche dell’oggi, si ignorano le spinte propulsive di un secolo che tra avanzamenti e contraddizioni ha prodotto la società-storia nella quale viviamo, si amputa la coscienza storica del lungo cammino che i principi di dignità, diritto e libertà, di uguaglianza civile, sociale e politica, hanno dovuto attraversare per giungere sino alle attuali democrazie. Insomma, non si diventa cittadini autonomi e maturi, per non dire politicamente accorti.

Futuri «contenitori vuoti» li definirebbe Hannah Arendt, sì proprio lei, la grande pensatrice delle origini dei totalitarismi, che da essi trasse la fondamentale lezione che il pericolo di ricadute in politiche antidemocratiche non può dirsi mai completamente debellato; un contributo di cui i ragazzi della “scuola flessibile” potrebbero decidere di fare volentieri a meno.

Auspichiamo che la direzione del Governo proceda in maniera contraria, che obblighi gli studenti ad una formazione completa fino all’ultimo anno, lasciando alla loro scelta non l’eliminazione, ma il potenziamento di quelle discipline che essi ritengono più consone allo sbocco professionale futuro. Inutile dire che per realizzare tale progetto, la scuola avrebbe ancora una volta bisogno di più fondi e risorse, di più ore trascorse a scuola, di più docenti, e di stipendi adeguati al quotidiano lavoro che essi svolgono per aiutare i ragazzi a diventare cittadini consapevoli e propositivi, a esercitare la difficile “arte di non essere governati”, che si apprende e si pratica anche attraverso la memoria attiva della storia.

ELENA MARIA FABRIZIO

(Nella foto, Churchill, Roosevelt e Stalin al vertice di Jalta del febbraio 1945).

 

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