I video horror dell'Isis sono solo spot

  • PAOLA RIZZI

La direttrice di Rainews Monica Maggioni ha deciso di non mandare in onda i video dell’Isis, per non fare da cassa di risonanza ai deliranti proclami a colpi di mannaia dei nostri nuovi vicini. Inevitabile il dibattito tra favorevoli e contrari, questi ultimi inclini a ritenere ogni divieto di divulgazione una forma di censura e di limitazione della libertà di informazione, per quanto autoimposta. La questione è scivolosa, ogni scelta legittima.

Però. Le immagini non sono neutre. La differenza tra censura e gestione professionale dei  contenuti è sottile ma lo stesso molto “pesante” anche, forse anzi di più, nell’epoca del giornalismo 2.0 dove sulla rete chiunque può trovare da solo qualunque monnezza. I video dell’Isis sono spot horror, volantini di propaganda che manipolano la realtà, la mistificano  e la piegano alle loro esigenze di marketing globale della nuova jihad. Non ci raccontano nulla di quello che sta succedendo in Siria o in Iraq ma solo qualcosa sulla folle ideologia degli uomini del Califfato, esile come un foglio di carta, mutuata da qualche videogioco trash, familiare ai potenziali foreign fighters che giacciono storditi sulle playstation in giro per il mondo.

Le immagini hanno un valore giornalistico se sono un documento, come i reportage realizzati da video e fotoreporter, o le testimonianze sul campo, girate con gli smartphone e inviate sulla rete. Queste sono “notizie”, che vanno comunque verificate ma aggiungono elementi di conoscenza della realtà.  Quelle dell’Isis no: sostenere che non mostrandoli  si privano gli spettatori di  informazioni su quello che accade sarebbe come dire che per illustrare un servizio giornalistico sulla politica industriale della Fca bisogna mandare lo spot della Fiat 500X. È chiaro che nel caso dell’Isis il problema drammatico è che le immagini a disposizione sono quasi solo le loro, data la scarsità di inviati sul posto, ma questo non le rende più vere. Il diverso tasso di orrore non ne cambia la natura.

Quei video torneranno certamente utili in futuro,  per documentarne la folle propaganda, se mai ci sarà un processo di  Norimberga dei criminali del Califfato.    
PAOLA RIZZI
@paolarizzimanca

 

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