Lingue straniere con i fichi secchi

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Ieri abbiamo ascoltato Renzi e gli altri sulla scuola del futuro. Noi abbiamo scelto qui, in questa pagina, di raccontarvi la scuola del presente. Forse sia Renzi che la Giannini hanno dimenticato che da quest’anno alcuni insegnanti di Storia, Fisica o altra disciplina sono chiamati a svolgere una parte delle loro lezioni in lingua straniera. Si presuppone quindi che ne abbiano un’assoluta padronanza. Ma in Italia, si sa, sono tante le cose che si danno per presupposte…
La normativa vigente dispone che il requisito minimo richiesto per insegnare secondo la metodologia CLIL è una certificazione linguistica di livello C1 (avanzato), insieme a un titolo specifico rilasciato al termine di un corso di perfezionamento universitario. Ma, in questa fase di avviamento, è sufficiente aver acquisito il livello B2 (intermedio), purché ci si impegni a conseguire il C1. Tuttavia a molti docenti sono preclusi i corsi di formazione a causa della scarsità dei fondi a essi destinati. Poiché appare subito evidente che quelli in possesso di una certificazione anche solo di livello B2 sono un’esigua minoranza, la norma cede al principio di realtà e rinuncia a richiedere qualsiasi competenza linguistica all’insegnante impegnato nel CLIL, limitandosi a raccomandare lo “sviluppo di progetti interdisciplinari in lingua straniera”. A tal fine, il Miur incoraggia la più piena disponibilità all’interno del Consiglio di classe. E allora capita che il docente di Filosofia (che magari non conosce l’inglese) e quello di Lingua straniera (che ignora, legittimamente, il pensiero del filosofo X) avviino una bislacca collaborazione sulla spinta di una reciproca ed entusiastica buona volontà. Virtù, quest’ultima, che, per quanto encomiabile, non potrà a lungo mascherare l’improvvisazione permanente del sistema scolastico nostrano e impedire il solito disastro.
Il Miur è prodigo di altri buoni consigli: organizzazione didattica flessibile, condivisione di best practices, utilizzo di tecnologie multimediali e di tecniche comunicative multimodali. Tutto tanto suggestivo quanto avveniristico.
L’auspicata sinergia tra docenti, infatti, spesso si esplica così: gli studenti scrivono, in italiano, un breve testo su un argomento a piacere; l’insegnante della materia lo revisiona; gli allievi lo traducono in inglese o in altra lingua; il docente di lingua corregge il testo tradotto.
Evidentemente sarebbe stato meglio iniziare la sperimentazione CLIL negli istituti in cui lavorano insegnanti che posseggono le necessarie competenze linguistiche e, parallelamente, avviare ai corsi tutti gli altri interessati. Ma il nostro è il Paese delle nozze coi fichi secchi. E coi fichi secchi non si va in Europa.

CRISTIANA BULLITA

 

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