Le solite e inutili belle parole sulla scuola

  • Saccucci

Ci divide. Non c’è niente da fare: Matteo Renzi è in grado di spaccare i docenti. Due, tre, quattro pezzi. Dà una botta al cerchio e una alla botte, dice cose banali e per questo giuste, fa passare l’ovvio per una grande scelta politica. Un sasso in uno stagno sembra uno tsunami. Non è né colpa né merito suo: lo stagno l’ha trovato. È bravo a lanciare i sassi, il premier. Chi non è d’accordo con alcune sue posizioni (non tutte, per carità) è in malafede. Punto. Perché qual è l’insegnante che non sa che “le classi pollaio sono inaccettabili”, che “la scuola è al centro del Paese”, che “la riforma la dobbiamo fare tutti”? Ogni volta che lo ascolto mi dico: “Ma perché non siamo tutti d’accordo con lui?” Dice che vuole ridare dignità al mestiere, racconta che trent’anni fa la parola della maestra era sacra; che il docente è prima di tutto un educatore e che da lui dipendono le sorti dell’Italia. E allora, perché non dovremmo, noi insegnanti, essere con lui? Togliamo quella parte di noi ideologizzata che è contro a prescindere, quell’altra che ha bisogno psicanaliticanente di un nemico contro cui scagliarsi, quell’altra ancora che si accoda alla contestazione per inerzia; al netto di questo, perché pure tra gli insegnanti che hanno voglia di cambiare, di mettersi alla prova, di essere valutati serpeggia una diffidenza nei confronti del governo? Provo: in tutte le belle parole di tutti i relatori di ieri ce ne fosse stata una relativa agli stipendi.

Soldi, euro, quelli che ci fai la spesa, ci vai a teatro al cinema, ci compri i libri, ci vai a vedere un museo una mostra un’esposizione in una città lontana, ci compri lo smartphone che tanto Renzi ha esaltato. Manco una parola. Una sola cifra, un numero, per dire che la dignità dell’insegnante passa prima di tutto per la dignità economica. Nella scuola dove insegno quest’anno la maggior parte degli studenti ha uno smartphone che sosta 500 o 600 euro. L’insegnante deve fare le rate per comprarlo, ché gli si succhierebbe metà mese.
Allora parlo anch’io di cose semplici: la buona scuola comincia da un buon compenso per i docenti.  Un cospicuo aumento di base dello stipendio, indipendentemente dalle briciole della premialità.

TONY SACCUCCI

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