La strada scelta da Renzi depotenzia il sistema formativo

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ROMA «L'alternanza scuola-lavoro consiste nella realizzazione di percorsi progettati sotto la responsabilità dell'istituzione scolastica, sulla base di apposite convenzioni con le imprese, o con le rispettive associazioni di rappresentanza [...] disponibili ad accogliere gli studenti per periodi di apprendimento in situazione lavorativa, che non costituiscono rapporto individuale di lavoro.» Così la definizione normativa dell'alternanza scuola-lavoro.

Essa realizza l'idea di policy secondo cui è sufficiente rendere più “occupabili” i lavoratori per generare maggiore occupazione. Si dice che la disoccupazione derivi dal gap fra la domanda di lavoro delle imprese e la qualità dell’offerta di lavoro dei lavoratori. Ed è solo su quest’ultima che si interviene.

Visto che in Italia la struttura imprenditoriale esprime una domanda rivolta a individui poco scolarizzati, allora occorre depotenziare tutto il sistema formativo, dalla scuola all'Università. Così facendo, si ottengono però due risultati contraddittori. Infatti, tali politiche accentuano il dualismo del mercato del lavoro, consistente nella contrapposizione fra individui provenienti da famiglie ad alto reddito e individui appartenenti a famiglie con basso reddito.

Se i risparmi delle famiglie ad alto reddito restano elevati, e contestualmente il bacino degli inattivi è riempito da giovani con elevato titolo di studio, ne deriva che offerte di posti di lavoro non coerenti con il titolo di studio vengano rifiutate.

Tale comportamento è pienamente razionale, ed è insensato un giudizio morale in proposito (i giovani choosy). Tutto ciò dà invece luogo alla seguente spirale viziosa: quanto più si dequalifica la domanda di lavoro, tanto più aumentano gli inattivi. E poiché gli inattivi traggono reddito dai risparmi delle famiglie d’origine, quanto più si dequalifica il lavoro tanto più si riducono i consumi.

I figli di famiglie con alto reddito e con titoli di studio alti restano inattivi o emigrano, i figli di famiglie con reddito e titolo di studio bassi, vedono ulteriormente ridotta la loro retribuzione, in una condizione di “sottoccupazione”.

A ciò si aggiunga il fatto che l'apprendistato riduce il potere contrattuale dei lavoratori, disincentivando la scolarizzazione, garantendo alle imprese la disponibilità di manodopera facilmente “disciplinabile“. Chi possiede un alto titolo di studio chiede salari più alti, poiché ha sostenuto costi maggiori rispetto a chi possiede un basso titolo di studio, e anche perché alti livelli di istruzione producono maggiore coscienza dei propri diritti.

Un’istruzione diffusa accresce il potere contrattuale dei lavoratori e, dunque, potrebbe attivare un circolo virtuoso di aumento dei salari, aumento dei consumi, della domanda aggregata e della produttività.

La strada intrapresa dal Governo Renzi è invece l’esatto opposto: depotenziare il sistema formativo, tendere verso una scuola di classe, incentivare la crescita di lavoro poco qualificato e ridurre i salari, generando recessione.

CARLA M. FABIANI - GUGLIELMO FORGES DAVANZATI

 

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