Guerra si o no? Urgono risposte

  • Guandalini

Sono allergico ai dibattiti guerra sì, guerra no. Come sono allergico al pacifismo della narrazione, utile a dire che c’è sempre ben altro da fare. Oppure quella ipocrisia consapevole “che occorre l’Onu”, una storiella alla quale non credono neanche i fanciullini, peggio, ancora, la vaghezza di coloro che invitano prima a studiare vie diverse, già sperimentate ma impraticabili in questi anni di tragedia libica. Non mi piace la guerra o come dicono gli ipocriti di maniera, l’intervento militare: la Costituzione ripudia la guerra, ma poi se entri in un paese con dei soldati e dei blindati, cos’è? Una gita di piacere? Quando siamo andati nell’ex Jugoslavia cos’era solo una missione umanitaria? A meno che preferiamo dire, a chi conta, vai avanti tu che fai il lavoro sporco poi arriviamo noi che distribuiamo carezze alla popolazione. Le guerre degli ultimi trent’anni sono intrise di questo detto e non detto. È impossibile fare un intervento militare solo quando si ha la certezza di vincere “la guerra”. Vero che occorre mettere in moto l’intelligence, le alleanze militari sul territorio – in questi anni invece di girarci i pollici cosa è stato fatto in Libia? - e quello che serve per non rimanere impigliati ab illo tempore, però se c’è la chiamata libica non è che puoi rispondere: aspettiamo non è il momento. O, forse, ora che ci pensiamo con dovizia, è meglio così vista l’approssimazione strategica e politica dell’Italia che parla sempre dopo essersi accodata a qualcuno, meglio di più grande. E in questo modo abbiamo fatto, codardamente, quando Sarkozy decise di entrare in Libia per difendere gli interessi petroliferi francesi.  

Queste guerre, o interventi militari, dietro gli altri, nascondono forze politiche sbruffone a parole, incerte e vaghe sul da farsi. Ha detto Salvini della Lega: prima di andare in Libia occorre sapere cosa andiamo a fare. O perbacco! Speriamo, sempre, che prima di ogni azione ci sia un lieve pensiero sul da farsi, anche quando si organizzavano le ronde padane era così. Oppure il vado non vado del Governo italiano. Prima il partiam partiam degli Esteri e della Difesa, dopo 2 ore il niet del premier. Ma di cosa stiamo parlando? Della spedizione a Topolinia? E il Presidente della Repubblica capo delle Forze Armate che dice? D’accordo: non ragioniamo per isterismi. Però non buttiamola in caciara, da Arena di Giletti , pro-contro guerra. Ci basta che i politici che devono decidere siano capaci. Perché oggi la guerra è vista come ultima soluzione ai fallimenti della politica parlante.

MAURIZIO GUANDALINI - Fondazione Istud
(economista e giornalista)

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