Quantitative Easing? Per il credito alle imprese non basta

  • Massimo Blasoni

L'OPINIONE Molte imprese non trovano credito perché spesso le banche non le ritengono in grado di restituire gli eventuali prestiti accordati. Un atteggiamento in parte comprensibile, ma che tra il 2001 e il 2014 ha  comportato una riduzione del credito pari a circa 70 miliardi di euro. Il Quantitative Easing (QE) deciso dalla BCE potrà cambiare radicalmente questo stato di cose? Difficile. Già le operazioni generiche di rifinanziamento LTRO e anche quelle successive varate da BCE hanno prodotto esiti ben al di sotto delle attese: nel primo caso le banche hanno preferito acquistare titoli di Stato visto che quella liquidità non era vincolata; nel secondo (il T-LTRO, dove la T sta per Targeted) lo strumento è stato scarsamente utilizzato proprio perché obbligava a destinare parte di quelle risorse al sostegno di famiglie e imprese.

Il timore di impieghi ritenuti rischiosi ha insomma prevalso sulla larga disponibilità di denaro a basso costo. Il QE libererà i bilanci delle banche di parte dei titoli di Stato a suo tempo acquistati, ma non è detto che questa ulteriore liquidità verrà subito utilizzata. Se riterranno inaffidabili i loro clienti, gli istituto di credito continueranno infatti a non prestare denaro alle imprese e alla famiglie.

Intendiamoci, il QE è senz’altro una misura importante. Ridurrà il costo del servizio al debito, facendo diminuire gli interessi che gli Stati pagheranno per l’emissione dei propri bond. Genererà sicuramente un deprezzamento dell’euro sul dollaro, a tutto vantaggio delle esportazioni (ricordiamoci però che acquistiamo le materie prime all’estero e non è detto che il prezzo del petrolio rimanga così basso). Stimolerà probabilmente l'inflazione.

La messa a disposizione di liquidità è però una condizione necessaria, ma non sufficiente per la ripresa economica, che resta invece condizionata dall’aumento dei consumi e della produzione. Perché questo accada occorrono tanto un clima di fiducia, quanto le riforme del mercato del lavoro (che va ancora completata) e della burocrazia, nonché una riduzione complessiva dell’imposizione fiscale, che oggi vede una total tax rate a carico delle imprese italiane di gran lunga più alta di quella applicata dai rispettivi Paesi ai loro principali competitor europei.

MASSIMO BLASONI
Presidente Centro studi "ImpresaLavoro"

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