“La grande fuga” degli insegnanti

  • Tony Saccucci

I dati, anche se non ancora ufficiali, parlano chiaro: da settembre 2014 a gennaio 2015 le domande di pensionamento (dai maestri ai professori delle superiori) sono 17mila. Lo scorso anno sono state diecimila. Un incremento del settanta per cento in un solo anno.
A cosa è dovuto questo picco? Ci sarebbe l’imbarazzo della scelta nel selezionare i motivi per cui un insegnante si sente demotivato. E sembrerebbe ancora più facile individuare le cause di quell’aumento vertiginoso di domante di pensionamento. Eppure, sarebbe altrettanto facile cadere nei più triti luoghi comuni e scrivere (come ha fatto un importante quotidiano nazionale pochi giorni fa) che quello dell’insegnante “è un lavoro sempre più difficile, complicato dall’età che avanza e dalle tecnologie che hanno invaso prepotentemente le scuole italiane”.
Ora, sorvoliamo sulla balla delle tecnologie che hanno invaso prepotentemente le scuole italiane: vi invito a farvi un giro sulla maggior parte dei pc con cui si pretende di gestire il registro elettronico; tralasciamo la frase tanto banale quanto di pessimo gusto sull’età che avanza: come se la saggezza fosse una malattia; e salviamo il fatto che questo è un “lavoro sempre più difficile”.
Non abbiamo comunque dato una spiegazione a questa impennata di gente che scappa, perché questa situazione di difficoltà della scuola c’è da qualche anno.

Da settembre 2014 a gennaio 2015 le domande di pensionamento
sono 17mila contro le 10mila del 2013.

Dunque, non ci resta, per deduzione, che accostare il dato del settanta per cento al documento “La buona Scuola”. Anzi, bisogna metterlo in relazione al balletto intorno alla Buona Scuola, alle promesse, alle pur belle parole non seguite dai fatti. Alla vaghezza. Alla latitanza del ministro Stefania Giannini e alla vacuità del sottosegretario Davide Faraone (che ultimamente si è piuttosto esposto).
Forse questo aumento repentino dell’abbandono degli insegnanti più esperti è dovuto proprio alla disillusione provocata dalle speranze suscitate dalla rivoluzione promessa da Matteo Renzi.
Farebbe bene il Premier a prendere in considerazione questo indicatore più d’ogni altra consultazione. Perché un insegnante non abbandona mai volentieri il campo di battaglia. Soprattutto se dovesse essere per sempre.

TONY SACCUCCI
insegnante e scrittore

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