Quella censura “a tema” dei francesi

  • LO JACONO

Nutriamo un po' tutti in questi giorni affetto e rispetto per la Francia. Anche quando i nostri “cugini d'Oltralpe”, cui tanto dobbiamo noi Italiani, mostrano alcune crepe nella loro esaltata fede libertaria. In questi giorni l'amore per la libertà d'espressione s'è accompagnato in Francia a un vibrante richiamo all'amor di patria, e al convincimento di essere al centro della cultura occidentale, da quando dalla prigione della Bastiglia prese le mosse quella Rivoluzione che nel 1789 aprì una fase del tutto nuova nella storia dell'uomo. Organizzata in appena due giorni  (non senza sorpresa, visto l'abnorme spiegamento di quasi 90 mila poliziotti per neutralizzare in modo non del tutto soddisfacente un pugno di terroristi alquanto d'accatto) si è svolta l'altro ieri una manifestazione a Parigi che ha visto la presenza di Premier europei e vicino-orientali (ma non del Presidente Obama). Le note della Marsigliese intonate nell'occasione sono risuonate ieri coralmente, per la prima volta dal 1918, nell'Assemblée Nationale. Hollande ha nell'occasione vestito i panni della nuova Marianne rivoluzionaria, per affermare con orgogliosa retorica che «La Francia è il punto di riallineamento nel mondo quando la libertà è minacciata». Riferita alla libertà di espressione, la frase non fa però i conti con il divieto d'indossare nelle scuole pubbliche un qualsivoglia simbolo di appartenenza religiosa o di sostenere in qualsiasi forma il Negazionismo, da quello ebraico a quello armeno.
 
Su Le Monde del 16-11-1993, il turcologo britannico Bernard Lewis contestò infatti il termine “genocidio” per i massacri degli Armeni perpetrati dai Giovani Turchi ottomani nel 1915-16. Non è importante sapere se avesse o meno ragione. Vi fu chi sostenne il suo diritto di esprimersi in piena libertà e chi lo accusò invece di aver falsificato le prove del misfatto e, addirittura, di aver lavorato al soldo della Turchia repubblicana, del tutto estranea peraltro a tali massacri. È invece importante sapere che lo studioso fu condannato in sede giudiziaria, con una severità concettuale che non è neppure lontanamente ipotizzata oggi per chi ironizzi, anche pesantemente, su Ebraismo, Cristianesimo o Islam.
La totale libertà d'espressione e l'ostilità verso ogni forma di censura appare quindi in qualche modo un mito. Esiste, insomma, fintanto che non siano sfiorati argomenti considerati “sensibili” dalla coscienza democratica dei nostri vicini.

 

CLAUDIO LO JACONO (direttore di Oriente Moderno)