L'eredità di Napolitano

  • Guandalini

C’è l’eredità materiale: soldi, case, terreni. Etica, morale (e il “buon padre di famiglia”, ancora più oggi con famiglie extra large) dovrebbero indurre a preparare il tavolo (il lascito), in modo puntiglioso e in tempo ragionevole. Sapendo prevedere per evitare figuracce e impastamenti dopo la morte. C’è poi l’eredità professionale che non la si può lasciare: o hai l’esprit, l’inclinazione, sei portato, o c’è poco da lasciare in eredità (basta vedere i figli del capitalismo famigliare, tanti pesci fuor d’acqua). Rimane l’eredità politica. Tema di pertinenza degli storici che nel corso degli anni saranno occupati nelle loro ricerche e valutazioni di merito. Il Presidente Napolitano se ne va dopo nove anni di servizio. E, statene pur certi, la liturgia sarà la stessa usata per gli altri capi di Stato e politici in generale: dopo l’addio, il silenzio.  

Un politico, democratico e repubblicano (diverso per monarchie e dittature) non lascia mai una eredità trasferibile ad una persona, al cosiddetto delfino di turno. O per lo meno è sconsigliato perché può dar vita a gioie e dolori: l’opera monumentale di Kohl, in Germania, è stata dimenticata, e messa da parte, dalla sua delfina Angela Merkel. I giudizi su atti e scelte sono legati alla contingenza, agli affari correnti, di tutti i giorni e, per loro natura, sono contestabili, discutibili perché figli di sfumature, modi di fare, relazioni, urgenze. Si rientra nelle categorie “mi piace” e “non mi piace” che sono format soggettivi, emozionali, a pelle, simpatia o antipatia. Le idee del politico sono  la persona che le incarna. Lo insegna Papa Francesco. È la persona il messaggio. E poi quest’ultimo ventennio è scarso di grandi rielaborazioni ideali, c’è l’obbligo di vivere alla giornata; per essere visibile e contare occorre avere, e esercitare, una leadership. La leadership sono  i modi di fare, i comportamenti, gli stili di vita che diventano il lascito più sostanzioso che dona un politico, in particolare un Presidente della Repubblica. Pensate  Pertini, il Presidente più amato e ricordato, o a De Nicola, che tornava da Roma ad Avellino in autobus di linea. Alla fine degli anni Ottanta, avevo poco più di vent’anni, e volli, di spinta, la prefazione di Giorgio Napolitano al mio primo libro. Mi colpiva l’autorevolezza, i modi di fare, lo stile che inserì nel suo puntiglioso scritto, vergato di suo pugno, letto e riletto come fa anche oggi. Napolitano è uomo dell’altro secolo. Di altri tempi. C’è nostalgia di classe, tradizione, educazione, buone maniere e affidabilità. Tutto qui. L’eredità è questa.

MAURIZIO GUANDALINI

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