Le banlieues di Gomorra “a prova” di Jihad

  • PAOLA RIZZI

L'OPINIONE È il faccino di Fatima, all’anagrafe Maria Giulia Sergio, di Inzago, ora forse in Siria a combattere nelle file dell’Isis, il volto apparentemente radioso dei 53 foreign fighters italiani, per lo più presunti jihadisti transitati nel nostro paese, italiani solo 4.  Nulla a che vedere per ora con i grandi numeri delle altre nazioni europee (dai 2000 presunti della Gran Bretagna , ai mille della Francia, ai 500 della Germania ai 100 della Spagna), combattenti reclutati tra gli sbandati delle banlieu e nelle prigioni. Un terreno dove in Italia sembra muoversi da sempre con più “efficienza” un’agenzia di reclutamento concorrente, la criminalità organizzata.  Che il contagio di Gomorra ci abbia salvato dal contagio jihadista? È l’ipotesi fantascientifica che sottoponiamo al professor Enzo Ciconte, uno dei massimi esperti di crimine organizzato in Italia, pronti ad essere mandati a quel paese. E invece no. «Se pensiamo che il terrorismo jihadista fornisca uno sbocco identitario a giovani sbandati delle periferie e nelle carceri, non c’è dubbio che la criminalità organizzata, soprattutto la ‘ndrangheta con i suoi rituali e il suo modello di partecipazione, svolga un ruolo analogo. Un mese fa è stato diffuso il video dell’affiliazione dei “santisti” girato in provincia di Milano, un vero rito di iniziazione con connotati religiosi, seducente per chi è in cerca di un senso di appartenenza».  Non bastava che il crimine organizzato inserito nel ricalcolo dell’istat, alla voce traffico di droga e prostituzione, ci facesse guadagnare un punto di pil nel 2014, ora rischiamo di doverlo considerare come un’agenzia di contrasto alle derive jihadiste.

PAOLA RIZZI
twitter: @paolarizzimanca

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