Un amore tra briganti in un Sud martoriato

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INTERVISTA È raro trovare voci così particolari e originali come quella di Licia Giaquinto. Impossibile non riconoscerla sin da subito la lingua di questa scrittrice che da sempre mette il Sud al centro della sua narrazione. Nel suo ultimo libro “La briganta e lo sparviero” (Marsilio, p. 302, euro 18) siamo in Irpinia e una mattina di novembre del 1841, una donna scava un fosso poi si accovaccia e partorisce una bambina. A salvare la neonata è Reginella, una giovane vicina di casa, che impedisce il compiersi della follia della madre. La bambina, Filomena, cresciuta in miseria, diventerà bellissima e piena di un orgoglio strafottente. Vent'anni dopo, il suo destino si intreccerà con quello del brigante Giuseppe Schiavone, detto lo Sparviero. Un amore assoluto, immediato, di due personaggi che da allora vivranno ai limiti della società tra rapine, assassini e sequestri.

Licia, che cos'è per lei la passione?
È la forza vitale che tiene unita la natura. Io sono molto sincretica e nel mio paganesimo credo che tutto alla fine si rigeneri.

I due protagonisti da che cosa sono uniti?
All'inizio lei salva lui che è stato morso da una vipera succhiandogli il sangue che infatti è avvelenato… Quindi direi che il rapporto è sempre quello tra amore e morte.

Nel romanzo c'è anche una dettagliata  ricostruzione di un periodo storico controverso, quello della lotta dei briganti con l'esercito piemontese.
Sì, ho cercato di mantenere una certa obiettività, facendo vedere esattamente le atrocità compiute da entrambi.

È molto presente anche l'aspetto della superstizione. Che cosa è per lei?
Anche se da molti anni vivo a Bologna tuttavia resto ancorata a molte tradizioni della mia terra, coltivandole, come ad esempio il tema delle coincidenze che adesso sto ritrovando in una mia lettura particolare dei tarocchi. Per quel che riguarda la superstizione credo che sia un modo per fare al destino molte chance. 

ANTONELLA FIORI

 

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