Grazie a Je so' pazzo ho capito chi sono

  • Stefania Divertito

Quando il massimo della tecnologia a disposizione era un walkman reverse, ci si affidava alle radio private che ti rifilavano interminabili minuti di pubblicità. Fu così che mi arrivò Pino Daniele. L’avevo ignorato fino a quando in seconda superiore un professore di italiano un po'originale mise da parte le biografie dei poeti per parlarci di arte, urbanistica e musica. Un giorno sciolse il suo linguaggio forbito in un dialetto così melodico che mi vergognai di non capirlo. Ero fiera del mio italiano con congiuntivi e coordinate al loro posto. Il napoletano era la lingua di chi giocava per strada, correva in motorino senza casco, e ciondolava senza fare niente. Tutte cose vietate. “C’è questo cantante che sta rivoluzionando la nostra lingua con l’arpeggio della chitarra. Studiatevi Je so’ pazz e ne parliamo”.

Scoprii che i miei amici conoscevano Pino Daniele e ne erano innamorati. Ruotavo la manopola della radio cercando quella canzone, infilai le cuffie e capii.
Pino spostò i miei confini. Mi costrinse a salire le sue vocali per afferrare una parola, un senso, una profondità. Mi spiegò che quella che leggevo sui libri era una sovrastruttura linguistica. Per capire chi fossi dovevo immergermi nelle mie radici. Anche quando non ho apprezzato le sue virate pop l’ho amato senza condizioni. Lui c’era, da qualche parte, a scrivere cose come Acqua ‘e rose, e a musicare la poesia di Massimo Troisi. Viveva lontano da Napoli, come lo stesso Massimo, come Erri De Luca, come ho dovuto fare anche io. Ma per incarnare Napoli non serve starci dentro. Basta farla rimbalzare con quella melodia che ha sostituito mandolini e luoghi comuni con una verità più profonda.
E ora siamo soli, senza questo fratello maggiore che ci riuniva ai concerti una volta l’anno. E anche se non ho ancora capito tutte le parole, come quel “chi vuole un figlio non insiste” nella meravigliosa “Quando”, sono sicura che prima o poi ci arriverò.

STEFANIA DIVERTITO

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