Jobs act ora tocca ai numeri

  • Michele Caropreso

Come piace dire spesso al nostro premier, adesso le chiacchiere stanno a zero. Ora che il Jobs Act è diventato legge, ora che i primi due decreti delegati sono stati approvati dal governo – anche se la pubblicazione in Gazzetta deve ancora arrivare – e che quelli che mancano sono in fase di elaborazione (immaginiamo avanzata), saranno i numeri a dire come stanno le cose. Se ha ragione Renzi, come tutti speriamo, i numeri diranno che l’occupazione aumenta, che i giovani hanno più facilità a entrare nel mondo del lavoro, che le aziende riprendono ad assumere. Se hanno ragione i suoi detrattori, con la Cgil in prima fila, non succederà nulla di tutto questo.
Ma i numeri, si sa, non sono tutti uguali. Parlando in particolare di mondo del lavoro, ci sono due grandi categorie di numeri. Da una parte ci sono le statistiche Istat, che fotografano la dimensione statica del mercato: quanti sono gli occupati, quanti i disoccupati, quanti gli inattivi e così via. Poi ci sono i dati sulle cosiddette comunicazioni obbligatorie – quelle che ogni datore di lavoro deve effettuare quando assume o licenzia, per capirsi – che raccontano la dimensione dinamica del mercato: chi entra, chi esce, come si entra, cioè con quale tipo contratto. Dati qualitativi, oltre che quantitativi, che potranno dire fin da (quasi) subito quale sarà l’impatto del Jobs Act sulla società italiana.

Se per vedere infatti come le nuove regole del mercato del lavoro influiranno sulla dimensione “statica” ci vorrà un bel po’ di tempo, sarà molto più facile fare una valutazione serie sui dati dinamici. Il ministero rilascia ogni tre mesi una nota – trimestrale, appunto – che racconta molto, quasi tutto, di quel che succede in questo mercato.
Già dalla prima nota trimestrale 2015 si avranno indicazioni chiare: si capirà quanti datori di lavoro avranno scelto il nuovo contratto a tutele crescenti, fortemente voluto da Renzi come strumento per combattere il precariato. Si vedrà se le vituperate formule che alimentano questo precariato, dai contratti a termine alle varie forme di collaborazione, registreranno una battuta d’arresto. Si capirà, insomma – per continuare con un vocabolario caro a Renzi – se l’Italia del lavoro avrà almeno cominciato a cambiare verso.

MICHELE CAROPRESO

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