All'Università italiana serve il merito, non i soldi

  • Maurizio Guandalini

L'OPINIONE Un ricercatore di 32 anni scrive a Napolitano. Gli chiede perché deve andare all'estero per fare ricerca. Il Presidente della Repubblica gli risponde che per risolvere il problema servono  più soldi alle Università italiane. Risposta avventata. Tutto ha bisogno la nostra Accademia meno di soldi a pioggia. Le Università sono dei pachidermi mostruosi caricati di apparati amministrativi e docenti che coprono buona parte delle uscite. Buttiamo lì: più brevetti e finanziamenti su progetti strategici. Per far questo sono necessarie dosi massicce di merito: ad esempio ricercatori e baroni (ammuffiti) sullo stesso piano. Il migliore tira. Altroché scatti d'anzianità garantiti. Invece le nostre Università sono intasate di ricercatori precari (su 100 ricercatori che entrano gli assunti sono solo 6), retribuiti con mance e paghette. Il 1 gennaio 2015 scadono gli assegni di ricerca (stabiliti dalla legge Gelmini) e il destino di questi ragazzi è uscire dall'accademia. Presidente Napolitano: o si resetta l'Università o si andrà a sbattere. Occhio  agli ultimi dati sulle iscrizioni. I giovani si allontanano, molti non ci provano neanche, altri sono pentiti dopo un anno.

È lo spettro di una Università svuotata, passaggio inutile anche per lo studente più volenteroso. Programmi mollicci  tenuti in piedi perché c'è una pletora di docenti in surplace con la loro attesa pensione e i corsi camouflage. Attacchiamoci  l'insistenza perniciosa di tenere aperte sedi disseminate nelle diverse provincie italiane che offrono dei piatti stracotti. C'è da chiudere. Voltare pagina. Privatizzare ovunque, mirare solo ad una Università dell'eccellenza. Il resto lo fa il mercato. E il merito. Avremmo preferito un accenno a questo, Presidente. Una ricerca recente del Censis ci dice che per avere successo nella vita servono le conoscenze giuste. Lo pensa il 30% degli italiani. Il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita ha risposto subito al ‘suo’ studio mettendo direttore generale della fondazione suo figlio dicendo che è quanto di meglio ci fosse in circolazione.  Capiamo che papà Giuseppe tiene famiglia, però sarebbe stato più appropriato, giusto per non dare ai giovani quella sensazione di emarginazione, da capitale inagito, tanto suonata dal Censis,  che De Rita, padre, prima di dare il via libera al figlio, si fosse dimesso. Invece, Presidente Napolitano, così va in Italia, lo stile fa pendant,  e intanto, quel ricercatore, a cui lei ha scritto, confida nelle leggi della politica. Campa cavallo che l'erba cresce.

MAURIZIO GUANDALINI
economista

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