“Vi presento il mio Berto un simpatico cialtrone”

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LIBRI Di cognome fa Migliore. E non potrebbe essere altrimenti. Perché Berto è un cialtrone. Uno che si deve inventare la gioia dopo essersi inventato la vita. Il protagonista del primo romanzo di Renato Rizzi – medico e psicologo, stanco dei “pallosissimi saggi” pubblicati finora – è prima di tutto un creativo, uno che della cialtroneria ne fa vita. Lunedì 15 dicembre alla libreria Vita e Pensiero dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in largo Gemelli, Rizzi presenterà il libro assieme ai professori Cosmacini e Bara.

Dottor Rizzi, la chiamo così o preferisce essere chiamato Berto?
Va bene anche Berto… Nel libro ci sono tante cose autobiografiche: le città – di Urbino conosco ogni pietra - e molti amici che ho conosciuto. Ma Berto è la somma di tante persone compreso mio zio Berto: bassetto, occhio ceruleo, grande seduttore, diceva addirittura di essere stato nella legione straniera. Voleva un vita totalmente diversa e quando ero bambino mi raccontava delle cose che io credevo fossero avvenute realmente. Poi invece erano balle.

Insomma chi è Berto?
Una persona che sta male nella vita vera e se ne inventa un’altra: è un nevrotico con le sue reazioni psicosomatiche, gli attacchi d’ansia e le sue manie.

Nel romanzo spuntano qua e là termini medici. Avanzi dei precedenti saggi?
Questo romanzo è il racconto di un’indagine psicologica. L’uso di termini strani, come tricotillomania, spero incuriosisca il lettore e gli offra la possibilità di dare un nome alle sue piccole manie.

La struttura del libro è particolare. Nessun capitolo 1, 2 e via dicendo. C’è il Prima, Il Poco prima del dopo, Il Prima del dopo, Il Quasi dopo, l’Ora e quattro finali…. Non era Berto a essere bertocentrico?
Non mi piacciono i romanzi con i capitoli numerati. Ognuno è una storia. Riguardo ai finali, Berto è talmente complesso che non volevo finisse in un solo modo. Il vero cialtrone non riesce a trovare se stesso. Quindi mi sembrava carino far scegliere al lettore il finale preferito.

Qual è il suo finale preferito?
Il primo ruota attorno a un amore inventato; nel secondo Berto si arrende alla vita ma sempre a modo suo. Nel terzo si riavvicina alla madre, alle sue origini per poi stravolgerle e nel quarto gode di una bella rivincita. Quello che sento più mio è il terzo: sono affezionato al Parini (liceo classico di Milano, ndr) e il professor Fiorilli del libro era il mio insegnante di filosofia al Manzoni, un napoletano che se non sapevamo le cose ci faceva inginocchiare. Una volta gli ho dato fuoco al cappello…

Come scusi?
Avevo un vecchio accendino. Lui me lo ha sequestrato e io prima di darglielo ho alzato la fiamma al massimo. Così poi quando si è acceso una sigaretta il fuoco gli ha bruciato il cappello.

Non glielo ha bruciato lei, allora dottor Rizzi! Su non faccia il cialtrone…
Però io ho alzato la fiamma sapendo cosa sarebbe successo...

Torniamo al libro. Quando il protagonista si trova davanti a una scelta importante, fa degli elenchi, delle liste di pro e contro, liste mentali che ricordano un po’ quelle di Nick Hornby…
Probabilmente è un difetto mentale, una capacità che mi ha lasciato il professor Fiorilli: lui andava sempre alla ricerca di ragionamenti consequenziali, così come accade in medicina. Ma io non le faccio… Non le faccio spesso… Vabbè, le faccio. Perché così è più facile ragionare.

E quelle parole tutte attaccate?
Sono i pensieri. Quando si pensa lo si fa così, senza pause o punteggiatura. Unpensieroètuttoattaccato.

Il protagonista si chiama Alberto Migliore. Poi gli altri personaggi hanno un cognome che li denota immediatamente, da Saputo a Giacca…
Alcuni sono nati spontaneamente altri invece li ho inventati perché tutti i personaggi li ho disegnati o incontrati realmente.

A proposito di invenzioni: della “solitarietà” che ci dice?
Si tratta di un neologismo che ho inventato io, un termine diverso da solitudine, per indicare chi vuole, chi sceglie di stare da solo.

Il contrario della solitarietà è l’amore. Nel libro Berto dice che: “Amare. Parola grande, da far paura, da temere. Vuol dire rinunciare soprattutto”…
Amare significa indubbiamente rinunciare a molto di se stessi. Ci sono quelle storie della metà, della mezza mela che indicano chiaramente che una persona senza amore è incompiuta. Ma Berto è un narciso patologico e non può amare.

Curiosità: perché ha pensato di scrivere un romanzo sulla cialtroneria il cui protagonista è un uomo. Non esistono cialtrone donne?
Il cialtrone è maschio. Basti pensare al Miles Gloriosus, Capitan Fracassa o a Don Giovanni. La donna è bugiarda, infida, calcolatrice, non cialtrona. Lucrezia Borgia o Maria Stuarda utilizzavano le menzogne per arrivare al potere. Il cialtrone maschio invece non cerca mai il potere: tutto quello che vuole è che gli altri lo invidino in quel particolare momento, in quel racconto. Poi passa a un’altra storia.

Prima dei quattro finali il racconto si chiude su se stesso rispettando una perfetta circolarità. Così ì finali diventano cinque…
Un bel libro secondo me si tiene a mente per il finale. Volevo essere narcisista e per essere ricordato ne ho scritti quattro. Adesso sono cazzi del lettore….

PATRIZIA PERTUSO

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