Così le fiction familiari hanno ucciso i talk show

  • Matteo grandi

TELEVISIONE. Il fatto che fiction e film, in termini di ascolti, continuino a battere i talk show sembra sorprenderci come la neve ad agosto; ma quella, in fondo, cade solo nelle canzoni di Gigi d'Alessio. Mentre nella realtà a cadere, pure a novembre, sono sempre di più gli ascolti dei salotti politici. Con qualche rara eccezione, con alcuni singhiozzanti picchi d'ascolto che assomigliano più al riflesso condizionato del braccio di uno zombie in  “The Walking Dead” prima del rigor mortis definitivo che a una parvenza di ripresa, ma soprattutto con la sensazione diffusa che i salottini tv sempre uguali a se stessi (dalla scenografia alla ripetitività degli ospiti, dal format alle urla) in cui cambia soltanto il canale, e talvolta neppure quello, stiano davvero saturando l'etere e, per dirla con linguaggio benedettino, frantumando i cosiddetti.
Il tutto a vantaggio di un'altra categoria televisiva a lungo relegata a rango di prodotto di scarsa qualità che sta invece sbancando in termini di ascolti: quella delle fiction. Contravvenendo al principio dei vasi comunicanti, il pubblico, a differenza dell'acqua, non resta sul medesimo livello, ma laddove il livello degli ascolti in un vaso si abbassa, per una teoria speculare e inversa, in tv c'è sempre un vaso in cui quel livello cresce.
Ma non cadiamo in trappola: non è la sconfitta della tv di qualità. È piuttosto la sconfitta di format stanchi e monotoni, di ospiti le cui facce hanno nauseato il grande pubblico a favore di prodotti televisivi che non sono Hollywood ma la cui rassicurante familiarità domestica (le fiction che fanno i numeri sono quasi sempre quelle incentrate sulla famiglia) ben confezionata basta e avanza a far saltar il banco della tv generalista. Certo, le oche spiumate della Gabanelli o gli scoop di Gazebo al momento rappresentano il meglio del meglio possibile in tv. Ma le cose buone vanno prese a piccole dosi. E in tempo di crisi sapersi accontentare è una grande virtù.

MATTEO GRANDI

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