È più facile morire che trovare il modo di vivere

  • Brittany eutanasia

Ciao Brittany, ti scrivo. Lo faccio piangendo perché ho dei grossi “cavoli amari”. Premetto: rispetto il gesto che hai fatto, lo hai chiamato “morire con dignità”. Un brutto male non ti dava scampo. Sono un tapino qualunque e, te lo dico, ho pensato otto volte in tutto di farla finita. Le ho contate, me le ricordo tutte. La prima nel 1999, l’ultima nel 2014. Erano dolori, non malattie che mi avrebbero comunque fregato. Sono momenti nei quali tutti passano, anche se non lo dicono, perché non è bello. Ci vuole coraggio a farla finita, lo so. Però dopo quei momenti ho sempre pensato, mia stupida opinione personale, che ci vuole più coraggio a vivere che a spararsi.
Non voglio offendere nessuno, non difendo idee religiose. Hai avuto la tua dignità, Brittany, hai fatto quello che ritenevi giusto. Però ti hanno messa nella casella sbagliata o forse ti ci sei fatta mettere tu, con tutti quei video sorridenti nei quali dicevi “mi ammazzo quando decido io”. Vista dal mio umile punto di vista, beh, è stato un clamoroso errore, tuo o di altri, trasfigurare la tua vicenda personale fino a trasformarla nei contorni di un manifesto pubblicitario. La malattia c’è, esiste, è dentro di noi. Ho avuto un padre gravemente malato per 29 anni che per 29 anni mi ha detto: “La morte non  mi fa paura, è solo un passaggio di stato”. Scherzava dicendo: “Natale quando arriva, arriva”, oppure, “quando viene le riderò in faccia”.
Volevi sfuggire a una legge di natura, ma l’hai semplicemente assecondata. Non hai vinto tu, ha vinto ancora la natura. Noi esistiamo dentro un progetto che ha un senso perché ci lega ad altri esseri. Tu il legame con gli altri, che ci deve accompagnare fino all’ultimo respiro, lo hai tagliato prima che fosse compiuto. Chi ha vissuto con te i tuoi ultimi giorni si sarà dovuto tarpare, modificare, a seconda di quello che chiedevi. Gesto d’amore, certo. Ma il tuo lo è stato? Adesso non stiamo a parlar di religione. Mio padre è morto in un minuto, io ero lontano da lui. Anche quello sembrava un finale interrotto, ma il giorno prima ricordo una telefonata di 47 minuti nella quale ci siamo detti tutto: era il suo commiato. Tu lo hai fatto a telecamere accese, facendo la valigia per l’ultimo viaggio. E tutto è diventato manifesto, viralità, web content, magari con un bello spottone prima. Mi spiace, spero tu stia bene, ma lasciatelo dire: hai sbagliato. Un modo per morire lo si trova, basta poco. Il problema è trovare quello per vivere. Fino in fondo.

FRANCESCO FACCHINI