Perché una bicicletta non può uccidere

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METROPOLI. Un ragazzo che pedala spavaldo investe un'anziana che attraversa lenta. Lei muore. Lui piange disperato. Io piango con lui e per lei. Piango perché una bicicletta non può uccidere. Piango perché so che pedalare ti regala leggerezza e alla sua età più incoscienza di quanta ne serva. E perché so che le regole della strada sono una Bibbia, ma pedalare significa anche leggerle senza convertirsi.
Chi va in bici in città deve riconoscere gli spazi e i tempi dove e quando infilarsi: la prima cosa che guarda sono le auto e i pedoni: sono quelli i suoi simili nel traffico. Da evitare e rispettare allo stesso tempo. Devi avere le antenne e non le cuffiette. Chi usa le cuffiette pedalando nel traffico è un pirla. Perché il traffico ha un rumore, un umore, un suggerimento continuo: e tu devi percepirli. La bici in città è un gioco meraviglioso e ardito, ma non può diventare un campo di battaglia. Se tutti alternassimo l'uso della bici a quello auto e alle sane camminate, smetteremmo questa patetica contrapposizione tra animali urbani. Impareremmo a riconoscere diritti e doveri di chiunque si muova nel traffico. E a investire solo nel futuro.

MAURIZIO BARUFFALDI, giornalista e scrittore

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