Com'è difficile vivere senza la signora “A”

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INTERVISTA Una parola non c'è, per dirlo. Non esiste un sostantivo che possa racchiudere tutto quel che fa ma soprattutto è “la signora A.” Nel suo nuovo romanzo “Il nero e l'argento” (Einaudi, p. 118, euro 15) Paolo Giordano, autore de “La solitudine dei numeri primi” non trova parole per definirla, la sua protagonista. Né badante, né colf, né collaboratrice domestica, né tata. Solo “la signora A.” che arriva nella vita di una giovane coppia mentre la moglie è incinta del primo figlio e starà con loro per otto anni. Una storia narrata a partire dalla sua assenza, dopo la morte per un tumore che lei aveva trascurato.

Fino a che punto si tratta di una storia che ha vissuto?
È un libro modellato su una storia reale cui ho assistito e preso parte.

La signora A. è una delle tante persone che oggi ci danno una mano nell'accudimento dei nostri cari o della nostra casa. Ma ce ne rendiamo davvero conto del ruolo che hanno, della loro dedizione?
No. Almeno finché non vengono a mancare e si aprono degli spazi di insicurezza enormi, come accade ai due protagonisti, costretti a rivedere tutta la loro vita di coppia.

Con loro che tipo di legame si instaura?
Un rapporto affettivo reale, profondo. Il punto è che quando qualcosa cambia, in questo caso quando subentra la malattia, questi rapporti finiscono per non valere nulla.

Come mai non viene riconosciuto questo valore affettivo?   
Proprio perché si tratta di figure professionali ambigue. Il fatto che per un'epoca intera siano state pagate in nero, dà l'idea dell'occultamento della loro funzione. Non sono mai state davvero riconosciute, se non nell'esperienza di chi ci ha a che fare.

In attesa di trovare un nome se dovesse citare la cosa principale che queste persone danno agli altri, quale sarebbe?
“Conforto”. Che poi è la stessa parola che io associo istintivamente alla letteratura. E quindi c'è un legame molto forte tra questa idea e il fatto di averne scritto.
ANTONELLA FIORI

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