"Quando Hitler imbiancò la casa di mio nonno"

A Masterpiece , il talent di Rai 3 che cerca lo scrittore del Terzo Millennio, secondo certi standard commerciali uno come Fulvio Abbate sarebbe stato scartato. La sua è una prosa irriproducibile, da fantasista della letteratura. Inventore della televisione “monolocale” Teledurruti, in onda da casa sua, per cui ha vinto il premio della Satira Politica di Forte dei Marmi, nel suo nuovo romanzo “Intanto anche dicembre è passato” (Baldini& Catoldi, pp.170, euro 15,90) mette in scena la sua infanzia palermitana. A partire dalla straordinaria copertina che si apre come una tavola sinottica. Una cover che racchiude i temi e i protagonisti del libro.Ci sono io, Fulvio bambino nella Palermo degli anni '60 che indossa un kepi, una mia foto con mia madre all'ippodromo, il matrimonio dei miei genitori, il Petite Larousse…   Nel libro c'è anche “zio” Hitler. Come si mescola la biografia alla fantasia? A inizio anni '60 qualcuno sosteneva che Hitler fosse ancora vivo. Io ho immaginato che lo avesse ingaggiato mio nonno per ritinteggiare l'appartamento. C'è anche Ettore Majorana, genio della fisica e grande scomparso dalla storia che mi aiuta a fare i compiti di aritmetica. I ricordi imperdibili? Mio padre immerso nella lettura del Quattroruote e mia madre che mi diceva - bugiarda - di aver conosciuto Albert Camus. Il sogno, realizzato, è quello di un viaggio a Parigi. Perchè? Perchè è come una grande placenta materna, visto che mia madre, professoressa di francese me ne parlava sempre. Nel romanzo c'è anche l'addio a tutte queste persone, ma non si avverte lutto, senso della morte. Cosa resta, dopo che tutto è passato?  Una meravigliosa allegria. I miei genitori ma anche i miei zii andandosene è come se mi dicessero: stai tranquillo Fulvio, solo una volta si muore.  Antonella Fiori