Un bambino nel pozzo per ridarci la speranza

Un bambino nascosto in un pozzo inseguito da un misterioso ufficiale giudiziario. Un ragazzino in fuga che trova come unico aiuto un pastore di capre che lo guida in una fuga difficilissima. È il plot dell’intenso romanzo di Jesus Carrasco, “Intemperie”, che in Spagna è diventato un caso editoriale. Echi da Cormac Mc Carthy, Raymond Carver, Primo Levi  ma anche Robert Stevenson de “L’isola del tesoro”, Carrasco, copywriter, esordiente romanziere a 40 anni, descrive una parabola che ci riporta alla nostra essenza umana, nella nostra grandezza e miseria e soprattutto di esseri  inermi sulla terra. Questo libro è stato paragonato addirittura a Moby Dick per la sua aura mitica. Come lo ha scritto? La storia è stata rielaborata tantissimo. Ho cercato di andare all’essenziale, di togliere tutte le parti banali che al lettore non dicessero nulla. C’è qualcosa di autobiografico? L’ambientazione. Io sono nato in una zona rurale della Spagna con un clima e un paesaggio molto aspro che assomiglia a quello del romanzo.  Il bambino cosa rappresenta? L’innocenza e il valore della speranza. Potrebbe fare degli errori ma anche delle cose giuste. È come una tela in bianco sulla quale si può scrivere qualsiasi cosa. È il futuro. E da cosa fugge? Dalla sua incapacità di difendersi da chi abusa di lui. Dalla violenza che subisce in casa a quella a cui è sottoposto fuori. C’è però sempre questa possibilità che io lascio aperta che lui possa lottare contro tutte le forme di oppressione. In questo libro si coglie anche una passione civile. Come intende la letteratura?  Come un impegno. Non puro intrattenimento. Non sono nessuno per dare risposte ma penso di avere un dovere nel porre delle domande.  Antonella Fiori