"LA FLESSIBILITA' UN FALSO PROBLEMA"

Lo ha ripetuto il 5 giugno la stessa Elsa Fornero: in un suo articolo sul Wall Street Journal ha ammesso che le riforme del lavoro “idealmente non si fanno in tempi di recessione”. Ma la necessità di togliere la rigidità dal nostro sistema di contratti avrebbe imposto tempi inopportuni. A contestare questa lettura è l’economista Carlo Devillanova che già nel 2003 aveva costretto l’Ocse, conti alla mano, a correggere l’indice di rigidità del mercato del lavoro in Italia per quel che riguarda il lavoro a tempo indeterminato, il più contestato: «Prima della correzione l’Ocse ci collocava al 23° posto su 27 paesi, dopo la correzione siamo saliti al decimo su 28, a livello di Danimarca e Irlanda, addirittura più flessibili della Germania».Lei contesta quindi la vulgata della poca flessibilità del nostro mercato del lavoro.Esaminando i flussi reali di ricollocazione dei lavoratori tra il 1999 e il 2001 l’Italia aveva tra i più alti tassi di ricollocazione tra i 14 paesi più industrializzati. Finchè l’economia tira la flessibilità c’è. Il problema è un altro. Ed è noto. Lo diceva persino il presidente americano Hoover negli anni Trenta: in momenti recessivi non si tocca il mercato del lavoro. La nostra crisi è una tipica crisi da domanda interna, non da bassa  produttività. In questi casi la domanda va stimolata con la sicurezza del lavoro e dei salari.La legge 92 è stata un errore strategico quindi, restyling a parte?Sì. Adesso essendo depressa la domanda interna si punta sull’export ma questo è pericoloso anche un punto di vista etico. In che senso? Perché si basa la crescita sulla competività dei bassi salari. Inoltre il mercato globale è a somma zero, se qualcuno esporta di più qualcun altro esporta di meno. Puntare tutto sull’export  vuol dire aumentare i conflitti tra nazioni. Un pericolo che il Fmi aveva già visto nel 2010.Paola Rizzi