Alla Eternit vi fu un dolo senza alcuna attenuante

Il comportamento degli imputati è stato di «notevole gravità» per la pluralità dei luoghi e degli stabilimenti interessati, per la durata della condotta e per la «straordinaria portata dei danni e del pericolo che ne sono conseguiti e che tuttora continuano a conseguire». È quanto scrive il giudice Giuseppe Casalbore nelle motivazioni della sentenza contro i vertici Eternit nell’ambito del più grande processo per le vittime di amianto mai celebrato in Europa.
Gli imputati sono Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier, entrambi condannati a 16 anni di carcere per le migliaia di vittime dell’amianto lavorato a Casale Monferrato e  Cavagnolo. Nello spiegare il perché della condanna il giudice sottolinea anche che “la gravità dei reati commessi, poi, risulta addirittura accresciuta se si passa a valutare l’entità del dolo». Secondo i giudici, infatti, De Cartier è Schmidheiny nonostante sapessero dei rischi della salute «non si sono fermati, né hanno ritenuto di dover modificare radicalmente e strutturalmente la situazione, per migliorare l’ambiente di lavoro e limitare per quanto possibile l’inquinamento ambientale».
Ad aggravare la posizione di De Cartier e Schmidheiny l’aver «cercato di nascondere e minimizzare gli effetti per l’ambiente e per le persone derivanti dalla lavorazione dell’amianto».  Ed è per questo che insiste il giudice Casalbore: «Non può essere riconosciuta alcuna attenuante».
(Rebecca Anversa)