Lavoro, poco da festeggiare I punti irrisolti della riforma

Il disegno di legge di riforma del mercato del lavoro che ha iniziato il suo iter parlamentare è frutto di un negoziato non facile tra governo tecnico, politica e parti sociali. Naturale quindi che finisse per scontentare qualcuno. Ma da più parti arriva l’accusa al governo di non aver affatto risolto i temi principali sul tavolo: dalle forme contrattuali, alla governance delle politiche del lavoro, dal supporto effettivo al lavoro femminile agli ammortizzatori sociali. Ecco quindi una lista dei principali punti irrisolti.
Resta il dualismo tra contratti a tempo determinato e indeterminato
Delusi dalla riforma i promotori del contratto unico (Tito Boeri e Pietro Garibaldi): rimane infatti la contrapposizione  tra contratti a tempo determinato e di collaborazione e contratti a tempo indeterminato. E soprattutto resta la giungla dei contratti, sono ben 46 le forme contrattuali con cui si può assumere un lavoratore. Piuttosto che cercare di realizzare un percorso unico, che consentisse al lavoratore l’acquisizione delle tutele in modo progressivo,  si è preferito passare ad un primo sfoltimento dei tanti tipi di contratto precario, ma senza affrontare fino in fondo il tema della forma del “rapporto subordinato”, chiaramente distinto da quello di consulenza, indipendente. Il risultato è che la giungla dei contratti di fatto rimane e che si apre una difficile disputa tra istituzioni, imprese (e lavoratori) per dirimere le false dalle vere consulenze.
Governance
Dal punto di vista della governance, rimane la questione di chi debba gestire le politiche attive sul territorio, l'incontro tra domanda e offerta di lavoro e tra sistema educativo e sistema economico. Nell’attuale situazione di confusione sul futuro delle province, chi deve erogare i servizi per l'impiego? Eppure, questo è uno dei nodi principali da sciogliere per poter intervenire sia in modo preventivo sulla preparazione delle competenze richieste, sia per facilitare l'evoluzione delle professionalità, sia per realizzare quella rete che è alla base della possibilità di definizione del “reddito minimo garantito” di cui molto si è parlato nei mesi scorsi.
Flessibilità in entrata
È uno dei temi cari alle imprese, che non vedono di buon occhio l’aumento dei contributi previdenziali per i lavoratori a tempo determinato. Punto invece che ha soddisfatto i sindacati, preoccupati dall’aumento della precarietà. In particolare sui contratti a termine le aziende chiedono di sopprimere il limite di sei mesi per la durata del primo contratto; di non considerare nel periodo di  36 mesi anche i periodi di lavoro somministrato, ; di tornare a 60 giorni  e non 120 per l’impugnazione stragiudiziale del contratto,  l’esenzione dal contributo dell’1,4% per i lavoratori stagionali, individuati in base ai contratti collettivi esistenti.
Flessibilità in uscita
Si tratta del punto più controverso e su cui si è trovato un complicato equilibrio politico: l’articolo 18, che vieta i licenziamenti senza giusta causa. Naturalmente sono molti gli scontenti, anche se per motivi opposti. Secondo la Fiom, ad esempio, non basta la reintroduzione della possibilità del reintegro, insieme all’indennizzo,  sul posto di lavoro in caso di licenziamento economico giudicato illegittimo, perché il giudice potrebbe scegliere anche l’indennizzo, mentre adesso è in vigore l’obbligo di reintegro. Confindustria, invece, vorrebbe ritornare alla prima stesura della riforma, in cui per i licenziamenti economici si prevedeva solo l’indennizzo. 
Dimissioni in bianco
Secondo l’Italia dei Valori, le norme introdotte dal ministro Fornero sulle dimissioni in bianco, non risolvono la questione, anzi la complicano. «Il datore di lavoro che licenzia una donna incinta, grazie alla lettera di dimissioni in bianco, deve pagare un multa, nemmeno troppo salata, da 5mila a 30 mila euro – spiegano - La lavoratrice però resta. La legge del governo Monti, inoltre, obbliga la lavoratrice a «offrire le proprie prestazioni entro una settimana dal ricevimento della lettera di licenziamento al fine di contestare la medesima lettera. E che significa? Che la signora incinta deve ripresentarsi da un'impresa che non la vuole e piazzarsi con la forza al suo posto mentre il datore di lavoro cerca di cacciarla?».
Voucher per le baby sitter
La possibilità introdotta dal ministro Fornero di scegliere tra congedo facoltativo di maternità e voucher per pagare le baby sitter a partire dal quarto mese di vita del bambino e per gli 11 mesi che seguono, non piace a tutti. Secondo molti è solo un modo per monetizzare ingiustamente il tempo che una madre ha diritto di passare con un figlio nel primo anno di vita.
Congedo di paternità obbligatorio
Delusi coloro che si aspettavano finalmente un passo in avanti  verso la  parità effettiva tra lavoratori uomini e donne. Il congedo obbligatorio di paternità, nella formulazione del governo, è di soli tre giorni. Troppo pochi.
Ammortizzatori sociali
È uno dei punti, su cui resta ancora molto da discutere. Escludendo gli esodati, su cui a breve partirà un tentativo di concertazione tra governo e sindacati,  vengono generalmente ridotti i tempi di erogazione degli ammortizzatori sociali per coloro che perdono il posto di lavoro . Nasce così l’Aspi, (assicurazione sociale per l’impiego), che a partire dal 2013 sostituirà l’indennità di mobilità. I requisiti di accesso sono due anni di anzianità assicurativa e almeno 52 settimane di lavoro nel biennio precedente. La durata è di 12 mesi per chi ha meno di 55 anni e 18 mesi per gli over 55. La mini-Aspi sostituirà invece l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti, tredici settimane di lavoro nell’ultimo anno. La Cassa intergrazione, ordinaria e straordinaria, rimane con alcune modifiche: viene ad esempio esclusa la Cigs se l’azienda è in procedura concorsuale con cessazione di attività (dal 2014). Infine i fondi di solidarietà, destinati ai settori ce non usufruiscono della Cigs. Per la Cgil, quando nel 2017 l’Aspi sostituirà definitivamente l’indennità di mobilità, ci sarà un peggioramento sulla durata della fruibilità che passerà dagli attuali tre anni a massimo 18 mesi. Ecco un esempio: un lavoratore di  52 anni che perde il lavoro, oggi gode di un regime di mobilità che dura tre anni, dal 2017 l’Aspi per lui durerà solo 12 mesi.
(Valeria Bobbi)