Sequestro e omicidio Garofalo niente aggravante mafiosa

Dichiarato chiuso ieri il  dibattimento al processo per il sequestro e la morte di Lea Garofalo (in foto): la requisitoria sarà il  26 marzo, giovedì, sono previste dichiarazioni di Carlo Cosco, principale imputato, ex di Lea e padre di Denise, che collabora come testimone protetta. Tutt’altro che chiuse le polemiche a seguito della decisione del Pm Tatangelo di non contestare l’aggravante mafiosa agli imputati del clan Cosco. La sciolsero nell’acido dopo averla pestata, volevano sapere cosa avesse detto ai magistrati antimafia con cui aveva deciso di collaborare. Lea Garofalo fu attirata a Milano nel novembre 2009 per amore della figlia, per discutere con l’ex e padre di Denise, Carlo  Cosco,   dell’università. Eppure per quell’omicidio brutale, per aver obbligato Denise a vivere con i sospetti assassini della madre, il pm Tatangelo   ravvisa  la   aggravanti mafiose: «Mi prendo le mie responsabilità per la scelta che ho fatto riguardo all’imputazione, assunta con serenità, serietà e motivata» così h detto ieri. A differenza dei colleghi di Campobasso dove invece  Massimo Sabatino, affiliato ai Cosco, è stato condannato a 6 anni per il tentato rapimento di Lea con l’aggravante mafiosa,  secondo il pm l’omicidio di Lea non aveva come “unica finalità” una questione di ’ndrangheta.  Denise rischia ora di non avere più la protezione concessa alle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia.
(Metro)