Antonio Albanese: "I miei Personaggi sdrammatizzano la realtà"

Intervista–Dall’immigrato che non riesce a inserirsi su al Nord, all’imprenditore che lavora 16 ore al dì; dal candidato politico disonesto, al serafico Sommelier, passando per l’inguaribile Ottimista e l’indimenticato Epifanio sognatore del mondo. Sono alcuni dei più celebri personaggi che Antonio Albanese porta in scena all’Auditorium della Conciliazione (da stasera al 3 marzo, in “Personaggi”, testi di Michele Serra e Albanese, per la regia di Giampiero Solari).
 
Cetto La Qualunque, Alex Drastico, Perego e tutti gli altri, maschere e prototipi della nostra società, volti conosciuti che raccontano l’umanità nelle sue tante sfaccettature. Oggi, secondo Albanese, qual è il suo personaggio più emblematico?
Bella domanda! Ma non ce n’è uno solo. Perché tutti possono raccontare il nostro tempo: ciascuno, da Epifanio, con il quale ho iniziato il mio lungo viaggio, a Cetto, esprime una problematica sociale, specchi di una realtà che io ho sempre cercato di non drammatizzare.
 
Ma sono “figli” di epoche diverse…
Sì, ma possono convivere nello stesso spettacolo, perché ciascuno ha in sé un pezzo di attuale umanità: uno racconta la solitudine, un altro la frenesia, un altro ancora la disoccupazione, che è forse la problematica ora più sentita.
 
Lei chiuderà a Roma un bel tour lungo due anni. Ci saranno delle sorprese?
L’ultima sera inviterò tutti gli amici e in questa città ne ho tanti. È un modo per dire che sono molto orgoglioso di quel che ho fatto: “Personaggi” è un riassunto del mio lavoro, durante il quale, credo, di essere riuscito a captare segnali importanti che ho portato in scena con i miei spettacoli. Perché il teatro è una strana magia, ma dove è anche bello inventare. E mi sorprendo ancora quando vedo le risate che scatena un tipo come Alex Drastico che ho inventato tanti anni fa! Non dobbiamo dimenticare che noi italiani siamo gli inventori della commedia dell’arte e delle maschere.
 
A proposito di grandi mattatori nazionali: tra Alberto Sordi e Ugo Tognazzi, chi sente più vicino?
Ho sempre pensato che, per chi fa il mio mestiere, sia obbligatorio spaziare. Non è la tecnica che conta sul palcoscenico per un attore, ma la fantasia, l’inventiva. Per questo mi sento più legato a Tognazzi. Lui sapeva passare con disinvoltura dal varietà alle caratterizzazioni più drammatiche. Sapeva essere alto e basso bello e brutto... Mi piace pensare che mi sono ispirato a lui, anche se io bello non sono ancora riuscito ad esserlo, però (e ride, ndr).
 
Antonio Albanese e la risata…
Non sono affascinato da quegli attori che non mi hanno mai strappato una risata. La nobile arte della comicità, per come la vedo io, è fondamentale per chi fa questo mestiere. Ma, attenzione, la vera comicità è crudeltà allo stato puro: il comico, infatti, ha autonomia di 20-25 anni, poi, si esaurisce.
 
Un pensiero sulla performance di Celentano a Sanremo e sulle polemiche del dopo-Festival.
La verità è che io non ho visto niente: ho lavorato tutte le sere con il mio show. Ho solo guardato in tv, il giorno dopo la prima serata, un frammento di Adriano che parlava di welfare con Pupo e mi sono messo a ridere di cuore. Perché era tutto, davvero, comico e non si capiva nulla di quello che dicevano. Sembrava non sapessero neppure loro di cosa stessero parlando!
(Orietta Cicchinelli)